25 novembre 2019

Joker: l'emblema di un dialogo soppresso

“La parte peggiore di avere una malattia mentale
è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi.”

Arthur Fleck (Joker)

Non c’è bisogno del tentativo estremo di vivere di Arthur Fleck per cogliere bene che cosa significhi questa frase. 

C’è un rifiuto — che non è solo un disprezzo — un rifiuto del proprio esistere, del proprio stare al mondo, che viene sancito dal mancato riconoscimento dell’altro.

E che cosa significa davvero riconoscere l’altro?

Riconoscere l’altro significa — per chi ascolta, per chi è di fronte — tollerare la frustrazione momentanea di non comprendere le cose.

Tollerare la propria pochezza, la propria inettitudine, la propria miseria di fronte a qualcosa o a qualcuno che non conosciamo ancora e non riusciamo a ri-conoscere.

Questa sensazione di pochezza, questa sensazione di miserabilità che si prova di fronte a quanto poco conosciamo l’altro è ciò che emerge nettamente in ognuno degli incontri che il protagonista del film, Arthur Fleck, mette in scena sistematicamente.

Ed è ciò che avviene anche nel nostro dialogo interiore quando non riusciamo a capire come mai sentiamo certi dolori, certi malesseri o certi sintomi.

Vogliamo solo che spariscano, che smettano di pulsare, che ci lascino in pace e ci facciano vivere una vita felice.

Per fare questo il tentativo che mettiamo in scena è l’annientamento di questo “altro”:
Non è niente, passerà!
La mia vita è così, non cambierà mai. Non si può fare nulla.
Ma che ne sai tu del mio dolore? Non puoi capire.

Nel film, Arthur Fleck, prima di mandare in scena Joker prova a dialogare col mondo intorno a sé, a farsi riconoscere, per sentire di esserci:

«Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente, ma esisto. E le persone iniziano a notarlo.»

Questo dice il protagonista quando comincia a sentire che la sua vita diventa “solida”, proprio quando si accorge che il mondo reale inizia a riconoscerlo.

Joker prende corpo proprio là dove Arthur Fleck non riesce a stare nel mondo. Per lui non c’è spazio, non c’è riconoscimento, nessun incontro.

Ci vuole una maschera: ci vuole un volto diverso, un abito diverso, un atteggiamento diverso. Così si trova un senso, si scopre la possibilità di un dialogo con il mondo. Gli altri gli restituiscono una identità.

Un tentativo — se vogliamo — di fare in modo che la stessa condizione esistenziale che riguarda un’intera collettività si esprima e trovi una sua forma, una sua struttura.

Quando scoviamo la nostra alterità, il nostro malessere, quando allo stesso tempo non riusciamo più a tollerare la nostra stessa ambiguità, qualcosa accade.

Si impone un dolore, un sintomo: emblema di una antitesi soppressa. Di un dialogo interrotto con ciò che non conosciamo.

Pur di evadere dall’incertezza del nostro stare in vita, togliamo di mezzo una parte della nostra esperienza e del nostro Sé.

Questo ha inevitabilmente un costo: smettiamo di dialogare con l’alterità. E quando questo accade, quando non abbiamo più nulla da aggiungere alla nostra conoscenza — specie alla conoscenza di noi stessi — il nostro sviluppo si arresta.

Rimane solo la maschera. Diventiamo noi quella maschera. E per questo che a quel punto ha ragione il protagonista del film quando dice che: «Siamo tutti clown.»

Se anche tu hai visto il film, Joker, che cosa ti ha colpito?

Fammelo sapere nei commenti.

Un saluto, a presto. 

Michele

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Michele Accettella

Sono psicoterapeuta abilitato all’esercizio permanente dall’Ordine degli Psicologi del Lazio.
In 13 anni ho accumulato oltre 10.640 ore di lavoro in ambito clinico, come psicologo e come psicoterapeuta. 
Per diventare analista junghiano, per oltre 5 anni, sono stato anch’io in terapia, poiché per conoscere l’altro è necessaria una conoscenza approfondita di sé.

L’attenzione al lavoro clinico, ancora oggi, viene periodicamente rinnovata negli incontri riservati di supervisione che svolgo presso il “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica“: un’associazione che da oltre 50 anni cura la formazione degli psicoterapeuti junghiani in Italia, di cui sono “Membro del Comitato Direttivo Nazionale”. Psicologo analista abilitato alla docenza, alle analisi di formazione e alle supervisioni presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia del CIPA riconosciuta dal MIUR.

Eventi cui ho partecipato come relatore, moderatore o discussant:

  • Tavola Rotonda “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 5 dicembre 2020, Roma
  • Seminario Residenziale CIPA, 25-27 ottobre 2019, Terme di Stigliano
  • Journal Club CIPA, 2 ottobre 2019 riflessioni volume rivista Atque, Roma
  • Tavola rotonda “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 17 ottobre 2018, Roma
  • Seminario “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 1 marzo 2017, Roma
  • Presentazione “Centro AMI”, 28 gennaio 2017, Alatri (RM)
  • XVII Convegno Nazionale CIPA, 2-4 dicembre 2016, Roma

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