27 aprile 2019

La psicoterapia cambia il cervello?

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in sintesi

La psicoterapia cambia l’architettura del cervello. Soprattutto quando si tratta di una psicoterapia eseguita in maniera costante e con una certa dose di motivazione, si verifica un vero e proprio apprendimento. Attraverso l’esperienza terapeutica puoi apprendere modi nuovi e metodi più funzionali di reagire agli eventi della vita, ti fornisce strumenti utili per comprendere meglio il tuo stato emotivo interno e ti dà la possibilità di saper decifrare quali sono le scelte più adeguate per donare benessere alla tua vita. Tutto questo significa cambiare atteggiamento. E ogni cambiamento che si consolida nel tempo cambia inevitabilmente la natura bio-chimica delle connessioni cerebrali.

Una delle paure legate alla psicoterapia è quella di pensare che produca un cambiamento nella tua identità.

Il timore è quello di perdere la propria originalità, consegnando al terapeuta la possibilità di modificare radicalmente la natura della tua personalità e subire un vero e proprio “lavaggio del cervello”. 

Ovviamente, le cose non stanno così, semplicemente perché facciamo una fatica enorme per cambiare il nostro stile di vita o nel modificare anche solo parzialmente il nostro modo di pensare o di giudicare le cose che ci accadono.

Spesso il vero problema risiedere proprio nella convinzione radicale che le cose della nostra vita o il malessere che provi in questo momento derivi da tutta una serie di condizioni contingenti che non hanno nulla a che fare con il tuo modo di essere o con il tuo modo di vedere il mondo.

La responsabilità di quanto ci accade nella vita è il frutto di azioni che noi abbiamo subìto in famiglia, nell’ambiente d’origine, nel merito che non ci viene riconosciuto, nella congiutura storico-economica, ecc.

Se le cose vanno male il problema risiede sempre all’esterno da noi, non è colpa tua.

Questa cosa è vera però soltanto in parte.

Sicuramente la realtà delle cose intorno a te hanno il loro peso nel facilitare o nel limitare tutta una serie di aspetti per la tua crescita o il raggiungimento di alcuni obiettivi.

Questo però non vuol dire che tutto dipenda da quello.

Se esiste un piano oggettivo delle cose, una realtà fattuale delle cose, esite anche un piano soggettivo e personale.

Se non possiamo intervenire direttamente sulle cose esterne — che spesso letteralmente non dipendono da noi e di cui non abbiamo alcuna responsabilità —, quello che possiamo sicuramente fare è agire con volontà sulla dimensione soggettiva, su quello che siamo, che pensiamo, che sentiamo o come ci comportiamo.

Se vivi un momento di profondo malessere questo non è un fatto che si è prodotto dalla sera alla mattina. Ci è voluto un certo tempo, relativamente lungo.

Un tempo in cui, sistematicamente, si sono accumulate tutta una serie di esperienze dolorose verso le quali non si è potuto reagire diversamente se non attraverso la produzione più o meno intensa dei tuoi sintomi.

Di fronte a una cosa del genere, secondo te, è possibile conquistare una condizione stabile di benessere in pochi giorni o senza nemmeno pensare di modificare il tuo modo di vedere e giudicare le cose del mondo?

Beh, la risposta credo sia piuttosto automatica: decisamente no!

In questo articolo proviamo a capire in che modo la psicoterapia, nel produrre un cambiamento positivo e duraturo nella tua vita quotidiana, produce una modifica corrispondente anche nel funzionamento del tuo cervello.

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Nella misura in cui la psicoterapia produce cambiamenti di lunga durata nel comportamento è presumibile che ciò avvenga attraverso il processo di apprendimento, che modifica l'espressione genica agendo sull'efficacia delle connessioni sinaptiche e riscrive i percorsi anatomici delle interconnessioni tra i neuroni del cervello.​

Ma davvero la psicoterapia cambia il cervello?

Tutte le funzioni della mente riflettono funzioni del cervello!

Questo è quello che sostiene Eric R. Kandel premio Nobel per la medicina, in un suo libro dedicato al rapporto tra Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente. 

Quello che in fondo dice Kandel è che l’anatomia del cervello si modifica continuamente e, molto probabilmente, questo incide sulla personalità dell’individuo.

Sono 5 gli assunti fondamentali che Kandel sottolinea a sostegno delle sue considerazioni:

  1. ogni processo mentale è anche un processo cerebrale: ogni pensiero, emozione, sensazione, percezione, ricordo, ecc., insomma ogni processo psichico corrisponde ad una operazione del cervello
  2. le connessioni neurali sono determinate dai geni e dai loro prodotti proteici: i geni esercitano un controllo significativo sul comportamento;
  3. l’esperienza modifica l’espressione genica: non solo i geni sono responsabili del comportamento dell’uomo ma anche la natura dell’ambiente nel quale vivi. È la combinazione tra i due fattori a determinare il comportamento;
  4. l’apprendimento modifica le connessioni neurali: un determinato apprendimento produce una modifica dell’espressione genica determinando a sua volta una modifica negli schemi di connessione neuronale;
  5. la psicoterapia modifica l’espressione genica: producendo un particolare tipo di apprendimento di lunga durata la psicoterapia incide sull’espressione genica migliorando l’efficacia e l’anatomia delle connessioni tra neuroni del cervello.

Quando parliamo di un cambiamento durevole o strutturale e stabile del nostro comportamento stiamo parlando di un’acquisizione che deriva dall’esposizione ripetuta a una serie di stimoli.

Si tratta di un’acquisizione che avviene necessariamente attraverso l’esperienza. 

Pertanto, quando parliamo di un cambiamento strutturale stiamo parlando di una cosa piuttosto precisa.

Significa raggiungere uno stato di diminuzione della tua sofferenza, attraverso:

  1. un modo diverso di percepire te stesso, sia in generale, sia soprattutto nei momenti di sofferenza; 
  2. la capacità di avere una narrazione di te stesso non negativa;
  3. un cambiamento significativo nei modi di relazionarti con gli altri (modifica dei pattern relazionali);
  4. una maggiore capacità di vedere l’altro non soltanto come funzionale ai tuoi bisogni;
  5. un cambiamento del modo di rapportarti ai tuoi obiettivi e scopi di vita;
  6. un sensibile aumento della tua capacità di agire in maniera attiva per modificare e trasformare le tue attuali condizioni di vita, generando azioni mirate per raggiungere determinati scopi (la cosiddetta human agency);
  7. un senso più chiaro della tua identità;
  8. un aumento sostanziale della tua autostima;
  9. una maggiore capacità autoriflessiva;
  10. una maggiore capacità di riconoscimento e regolazione delle emozioni

Tutto questo implica necessariamente la trasformazione delle connessioni neurali

Una trasformazione dei circuiti neurobiologici profondi, quelli insomma che hanno a che fare con la regolazione emotiva: il modo in cui riesci a gestire le tue emozioni, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo.

È a questo livello che agisce la psicoterapia analitica ponendosi come obiettivo quello di produrre un cambiamento di lunga durata nella tua vita attuale, per fare in modo che il tuo malessere possa essere ridotto ed eliminato attraverso un procedimento di crescita della personalità.

(Se vuoi approfondire meglio come funziona un psicoterapia, ho scritto un articolo dedicato proprio a questo tema che puoi leggere semplicemente cliccando qui!).

Questo cambiamento creerà una nuova configurazione della qualità della tua vita e contestualmente della neurobiologia del tuo cervello.

Non c’è nulla di spaventoso in questo, poiché senza saperlo questa cosa accade ogni qualvolta apprendi qualcosa di nuovo!

E questo vale evidentemente anche per la psicoterapia.

La psicoterapia cambia il cervello_neuroscienze

Può sembrare banale dirlo ma è stato dimostrato, per esempio, che il cervello di chi ha imparato a suonare uno strumento musicale è strutturalmente diverso da quello di chi non sa suonare uno strumento musicale.

Tale cambiamento nella configurazione delle connessioni delle cellule nervose del cervello è possibile perché il cervello gode di una plasticità neuronale che dura per tutta la vita!

Che cosa significa?

Significa che a qualsiasi età le cellule del nostro cervello hanno la capacità di modificare il loro modo di funzionare e il loro modo di sintonizzarsi tra loro.

Questo significa che strutturalmente abbiamo la capacità di modificare il nostro modo di funzionare. Questo  ci permette di continuare ad apprendere sempre nuove cose. 

Alla stessa maniera, se avviene un cambiamento duraturo nel tuo atteggiamento cosciente questo significa che si è consolidato un nuovo apprendimento.

Ma che cosa succede nel nostro cervello quando apprendiamo qualcosa di nuovo?
Come si fa a cambiare il nostro modo di reagire alle cose e il nostro comportamento?

Quello che deve avvenire è un apprendimento particolare che avviene ad un livello diverso da quello con il quale impariamo per esempio leggendo un libro. 

Il piano all’interno del quale si colloca il tipo di apprendimento di cui parliamo, quando parliamo di psicoterapia, è quello profondo sottocorticale direbbero i neuroscienziati. 

Si tratta di modifiche che riguardano i circuiti neurobiologici legati alla regolazione emotiva che si attivano in maniera del tutto automatica e inconscia. 

Spesso quello che siamo portati a pensare è che non si possa fare granché per migliorare le condizioni o conoscere i meccanismi di azione del nostro modo di reagire emotivamente alle cose che ci accadono.

Quello che ci diciamo spesso è che in fondo “sono fatto così”, “non posso cambiare me stesso, la mia natura”, ecc.

E invece è proprio questo il punto: 

non è assolutamente vero che non si possa agire un cambiamento a questo livello del funzionamento cerebrale e trasformare anche radicati automatismi inconsci.

Una psicoterapia interviene proprio a questo livello per fare in modo che tu possa imparare a riconosce, definire e modulare proprio questo tipo di attività emotiva sottocorticale.

Vediamo insieme come avviene tutto questo. 

Gli effetti del dialogo coscienza-inconscio sul tuo benessere

È stato dimostrato che le varie forme di talking cure inducono trasformazioni a livello cerebrale, così come avviene nei trattamenti farmacologici.
La psicoterapia serve a creare un ambiente in cui le persone imparano a cambiare. Se questi cambiamenti permangono nel tempo, è ragionevole concludere che essa conduca a trasformazioni strutturali nel cervello, proprio come avviene per altre forme di apprendimento.

Già nel 1998 Erik R. Kandel, in un articolo dal titolo Un nuovo contesto intellettuale per la psichiatria, ha provato ad indagare l’effetto della psicoterapia sul cervello, arrivando ad affermare che:

«Quando un terapeuta parla e un paziente ascolta, l’azione dell’apparato neurale del terapeuta sta avendo un effetto indiretto e, auspicabilmente, durevole sull’apparato neuronale del paziente.

Con tutta probabilità vale anche il contrario:

nella misura in cui le nostre parole producono cambiamenti nella mente del paziente, è probabile che questi interventi psicoterapici trasformino anche il nostro cervello

La cosa forse più interessante da sottolineare sta proprio nel fatto che i cambiamenti che avvengono nel paziente durante una psicoterapia non sono di natura cosciente.

Un cambiamento vero e proprio non avviene perché il paziente ha raggiunto in maniera cosciente una determinata consapevolezza del suo stato intimo (insight cosciente), ma si raggiunge attraverso una particolare conoscenza non verbale e inconscia (insight procedurale).

Questo è quanto è emerso dal lavoro puntuale del Boston Process of Change Study Group che ha definito questa particolare forma di apprendimento che si verifica durante una psicoterapia come dei veri e propri momenti di incontro dotati di significato.

Pertanto, un cambiamento non avviene soltanto perché si è capito qualcosa di noi, ma avviene soprattutto perché si è potuto fare esperienza di altri modi di essere durante una psicoterapia.

Anzi, per essere un po’ più precisi il cambiamento in psicoterapia ha a che fare con l’esperienza di un particolare tipo di evento relazionale tra paziente e terapeuta.

Sono momenti di incontro molto particolari, in cui si fa esperienza di un particolare stato della relazione in cui si è totalmente presenti all’interno del momento attuale della relazione. 

Sono momenti difficili da descrivere perfettamente ma che si possono avvicinare ad uno particolare momento in cui si è totalmente immersi all’interno del momento presente a tal punto da non considerare più quello che è stato della nostra vita, quello che sarà il nostro futuro e tutto quanto c’è intorno a noi.

Per un attimo o per diversi minuti si è completamente assorti da quanto accade all’interno della relazione, in quel preciso momento. 

Ci rendiamo conto di questo stato soltanto dopo, soltanto quando questo particolare momento finisce e ritorniamo a funzionare mentalmente nella maniera abituale cui siamo abituati.

Ecco questi momenti di significato, questi momenti ora, hanno un particolare valore terapeutico perché sono dei momenti in cui si è perfettamente in grado di stare dentro ad una esperienza relazionale densa di significato.

Questo genere di esperienze fuori dalla piena consapevolezza, questi momenti speciali dotati di significato, determinano a lungo termine una riorganizzazione delle connessioni tra le cellule nervose e, in certi casi, anche del ritiro di alcune connessioni sinaptiche tra i neuroni stessi.

Non basta acquisire un nuovo insight, una nuova consapevolezza, per fare in modo che diventi strutturale e stabile nel tempo.

Un cambiamento duraturo deve essere accompagnato da una buona regolazione affettiva e una buona capacità di riflessione.

Non è possibile che un nuovo apprendimento si possa consolidare se non vi è riflessione e regolazione affettiva contestuale a quell’apprendimento.

Una maggiore consapevolezza riflessiva serve, per esempio, a farti rispondere più lentamente e in maniera flessibile alle nuove situazioni.

Le tue reazioni diventano meno automatiche e più ponderate rispetto alla situazione. 

Detta in altri termini godi di un maggiore adattamento.

Forse è utile ricordare che in maniera consapevole siamo in grado di elaborare circa 40 informazioni al secondo;

invece, in maniera del tutto inconscia, il nostro cervello è in grado di elaborare qualcosa come 11 milioni di informazioni al secondo!

Va da se che il numero di operazioni che avvengono al di là della nostra consapevolezza, di cui appunto possiamo dire di non sapere nulla, sono di gran lunga superiori a quelle sottoposte al nostro controllo volontario.

La maggior parte della nostra vita mentale agisce al di fuori della nostra consapevolezza.

Questo significa che tutta una serie di pensieri, atteggiamenti, comportamenti, impulsi, obiettivi, desideri, reazioni, attivazioni, ecc. avvengono letteralmente in automatico, senza alcuna intenzionalità cosciente. 

Spesso non siamo noi a decidere direttamente quello che facciamo. 

Questo perché tutti i processi che avvengono in maniera automatica e inconscia si attivano come risposte rigide a situazioni più o meno simili.

In termini evolutivi questo ci permette un grande risparmio di energie e la capacità di rispondere più velocemente alle situazioni che viviamo (specie se sono nuove) utilizzando dei pattern, delle mappe già consolidate in memoria che in passato hanno dato esiti funzionali all’adattamento. 

Per fare questo ogni situazione che viviamo viene compresa non per come realmente è, ma attraverso un processo che rintraccia qualcosa di simile nella nostra memoria, qualcosa di già vissuto.

Tutto questo ci serve per agire più velocemente fruttando le stesse modalità di comportamento già acquisite e memorizzate.

Sono processi che utilizzano mappe cerebrali preesistenti e consolidate.

I momenti ora corrispondono al concetto di kairos dell'antica Grecia, un'opportunità unica che deve essere colta, perché il nostro destino si compirà a prescindere dal fatto che la si colga o meno.

Queste mappe cerebrali sono le stesse che agiscono quando commettiamo degli errori cognitivi che compromettono sistematicamente la nostra capacità di giudizio e di risposta alle situazioni che viviamo quotidianamente.

David DiSalvo giornalista specializzato in neuroscienze e psicologia, nel suo libro divulgativo Come cambiare la propria vita sfruttando il potere segreto del cervello ha riportato alcuni degli errori cognitivi più comuni che agiscono in maniera inconscia.

Tra questi errori cognitivi più comuni ci sono:

  • il ragionare in termini di «o tutto, o niente»: “Se non ottengo una promozione me ne vado”;
  • generalizzare troppo“Tutti quelli che si fanno un tatuaggio sono dei ribelli”;
  • sminuire ciò che c’è di positivo“Se l’esame va bene sarà solo una botta di fortuna, se non lo passo è perché non sono abbastanza intelliogente”;
  • minimizzare i lati negativi: “Tanto lo so che se non ottengo questo lavoro è perché metto in soggezione la commissione esaminatrice, perché vogliono qualcuno da poter trattare come uno zerbino”;
  • leggere nel pensiero“Il mio capo si aspetta che gli chieda un aumento, perciò quando andrò a parlare con lui di certo sarà già sulla difensiva”;
  • predire il futuro: “Uscirò con quel ragazzo, anche se sarà inutile perché so già che tra noi non funzionerà”;
  • ingigantire o minimizzare le cose: “Se Stephanie mi rifiuta sarà la prova che non valgo niente, che non mi merito l’attenzione di nessuno”;
  • ragionamento emozionale“Sono arrabbiato, il che vuol dire che la mia rabbia deve avere una giustificazione”;
  • etichettare cose o persone“John indossa due orecchini, quindi non posso prenderlo sul serio”;
  • riportare tutto al piano personale“Oggi al lavoro quando ci siamo incrociate nell’ingresso Sarah non mi ha sorriso. Deve avercela con me”;
  • paragoni errati“Il manager di una grossa azienda è depresso come quello di qualsiasi altra azienda; ovunque è la stessa storia”;
  • false aspettative“Se mi laureo troverò un lavoro che mi farà guadagnare un sacco di soldi. È così che funziona”.

Sono sicuro che tra questi elencati ti sei riconosciuto in almeno alcuni degli errori cognitivi più ricorrenti.

Sai perfettamente allora, quale esito hanno pensieri del genere e che tipo di comportamenti poi metti in atto in virtù di quelli. 

Paradossalmente, tutti questi comportamenti sono funzionali all’adattamento, ma allo stesso tempo non ti fanno vivere in maniera soddisfacente le esperienze quotidiane di vita: specie se si tratta di dover agire dei cambiamenti per il tuo benessere.

Ma allora che si può fare? Esiste un modo per modificare questo genere di processi del tutto inconsci?

Secondo quando sostiene Antonio Damasio, professore di neuroscienze presso la University of Southern California di Los Angeles, nel suo libro Il Sé viene alla mente. La costruzione del cervello coscientecambiare le mappe cerebrali significa dare origine a nuove rappresentazioni più consapevoli di sé, con la conseguenza di poter adottare comportamenti più funzionali rispetto alla situazione che stai vivendo.

Per sviluppare questa capacità di dare forma a nuove rappresentazioni bisogna imparare ad osservare il tuo stesso pensiero all’opera. 

Per imparare questa cosa è necessario uno sforzo attivo. Bisogna fare uno sforzo consapevole e volontario, proprio perché non è un processo automatico. 

Questa cosa ha un mone, si chiama metacognizionela capacità di riflettere sui propri pensieri.

Si tratta di allenarsi ad operare un distacco volontario dal problema che ci assilla ed elevarci immaginativamente in un punto esterno, distante dal centro del problema nel quale siamo immersi. 

Questa capacità può essere utile per cogliere dall’esterno il nostro stesso pensiero, osserarne i nostri movimenti, i cicli, le distorsioni, le azioni, mentre si stanno verificando.

Tutto questo serve proprio per evitare l’attivazione di automatismi che rigidamente ti spingono ad attivare sempre gli stessi comportamenti.

In questo modo è possibile verificare e valutare in maniera retroattiva come agiscono i nostri pensieri, in che modo si muovono e le conclusioni che da essi traiamo.

Si tratta in breve di descrivere il proprio teatro mentale.

Questo genere di capacità di pensare il proprio pensiero — come ha scritto David DiSalvo  nel suo Come cambiare la propria vita sfruttando il potere segreto del cervello —, produce effetti benefici significativi:

  1. livelli superiori di creatività;
  2. maggiore capacità di applicare le conoscenze apprese;
  3. potenziamento dell’adattabilità nell’approccio ai problemi;
  4. miglioramenti delle prestazioni sul piano lavorativo, scolastico, ecc.
Tutto questo produce un vero e proprio cambiamento della tua personalità per via del fatto che, conoscendo meglio come funziona la tua mente, acquisisci una maggiore consapevolezza di te e del tuo modo di funzionare. 

Maggiore sarà la tua consapevolezza, maggiore sarà il potere che hai di influenzare volontariamente i tuoi pensieri e il tuo comportamento.

E questo proceso rifletterà i medesimi processi neurobiologici del tuo cervello.

Più bravi diventiamo a pensare il nostro pensiero, migliori saranno il nostro adattamento al cambiamento e la nostra capacità di scegliere le strade che ci consentono di ottenere risultati migliori nella vita.

Rispetto alla capacità di sviluppare la metacognizione, Efrat Ginot, psicoanalista di New York autrice del libro sulla Neuropsicologia dell’inconscio. Integrare mente e cervello nella psicoterapia, riporta il seguente esempio ispirato alla pratica terapeutica:

«Il terapeuta potrebbe sollecitare un paziente che salta spesso le sedute a cercare di acquisire una consapevolezza sulle sue frequenti assenze.

Dal momento che sappiamo che i comportamenti automatici di un paziente tenderanno ad essere privi di riflessione, è possibile chiedere al paziente di riflettere attivamente sul suo comportamento.

SI può chiedere al paziente se nel giorno dell’appuntamento abbia pensato al terapeuta che lo aspettava, o se abbia pensato alla terapia in generale. 

Si può chiedere al paziente di pensare al terapeuta che lo aspetta, alla relazione terapeutica e a ciò che significa per lui.»

Questo genere di stimolazioni, in parte anche provocatorie, servono a sollecitare nel paziente la capacità di riflessione sul suo comportamento e a dare un peso affettivo a quanto agisce in lui in maniera automatica.

Efrat Ginot sottolinea come avere la possibilità di riflettere e sentire affettivamente che cosa accade dentro di te attraverso un lavoro ripetuto e sistematico con uno psicoterapeuta, ti offre l’opportunità di interiorizzare le conoscenze acquisite.

Tutto questo rende efficace la possibilità di indurre un cambiamento strutturale o delle vere e proprie trasformazioni all’interno dei tuoi sistemi automatici. 

Un esempio importante è dato dal lavoro sui sogni.

Riflettere sui pensieri e le emozioni contenute nei sogni può essere un valido strumento che va a rafforzare nuove modalità neuropsicologiche del tutto nuove di sentire e capire intimamente come agiscono certi processi dentro di te. 

(Se vuoi leggere un approfondimento sull’uso dei sogni in psicoterapia, puoi leggere il mio articolo Qual è il significato dei sogni?)

Uno degli elementi essenziali per determinare un cambiamento duraturo e stabile nella tua vita risiede allora, nella tua capacità di pensare i tuoi pensieri

Osservare te stesso alle prese con i tuoi pensieri o con il tuo comportamento è un valido modo per cogliere e registrare la modalità di funzionamento della tua mente

Allo steso modo — come si diceva prima — è necessaria anche una dimensione affettiva che sia collegata a quella cognitiva che possa essere colta e sperimentanta contestualmente durante una psicoterapia.

Questo riguardo più da vicino la sintonizzazione con i tuoi vissuti affettivi profondi che hanno precisamente a che fare con il funzionamento di aree che si trovano al di sotto della corteccia cerebrale (la parte più esterna del cervello ed evolutivamente più recente).

Proviamo a vedere un po ‘ più da vicino di che cosa si tratta.

La regolazione delle emozioni profonde grazie alla psicoterapia

Gli esseri umani, modificando l'atteggiamento interiore della loro mente, possono cambiare gli aspetti esteriori della loro vita.

Come piccola premessa, credo sia utile ribadire un concetto fondamentale che è al centro di qualsiasi considerazione che possiamo fare sulla psiche e sul nostro cervello:

la Mente e il Cervello non sono entità separate. Non esiste alcun confine tra psichico e corporeo: sono costantemente integrate tra loro, sono una sola entità!

Per questo oggi è corretto parlare di CorpoMente oppure di MenteCorpo.

Gli studi delle neuroscienze più attuali ci stanno dimostrando con sempre più evidenze empiriche che la cura della sofferenza dei problemi psicologi non può avvenire esclusivamente attraverso la ristrutturazione dei processi cognitivi, ma è necessario un intervento che sappia agire anche a livello emotivo profondo.

Per capirci: i processi cognitivi sono quelli che permettono di raccogliere informazioni relative al proprio ambiente, immagazzinarle, analizzarle, valutarle, trasformarle, per poi utilizzarle per agire nel mondo circostante (Umberto Galimberti, Nuovo dizionario di psicologia).

Quando parliamo di processi cognitivi allora, stiamo parlando specificamente di:

  • percezioni, pensieri, saperi, intelligenza, ragionamento, giudizio, memoria, rappresentazioni interne, linguaggio.

Che cosa significa?

Significa che per operare una vera e propria cura della tua sofferenza psicologica non è possibile utilizzare esclusivamente il ragionamento o il sapere, il linguaggio o le istruzioni operative.

Per fare in modo che agisca davvero un cambiamento duraturo e significativo nel tuo modo di vivere il mondo e la tua quotidianeità è necessario utilizzare altri registri della comunicazione che hanno a che fare con l’equilibrio affettivo.

Secondo Jaak Panksepp, professore emerito del dipartimento di psicologia alla Bowling Green State University, si tratterebbe di riequilibrare il “cuore” anziché la “testa”!

Ma che cosa vuol dire riequilibrare il cuore?

Riequilibrare il “cuore” significa riuscire a sintonizzare i processi emotivi profondi con i processi cognitivi superiori.

Fare questa cosa significa imparare a riconoscere i propri vissuti emotivi, riuscire a dare loro un nome, capirne il senso, riconoscerne le circostanze e le modalità con le quali si attivano, si conservano e si modificano.

In pratica, significa conoscersi!

I problemi nascono proprio laddove esiste una sorta di interferenza tra questi due piani. 

È proprio dall’interferenza che si crea tra stati affettivi profondi e processi cognitivi superiori che si genera un malessere. 

Un malessere che di fatto non è mai solamente psichico, ma ovviamente coinvolge in maniera unitaria anche il corpo: il dolore è anche fisico.

Panksepp ha teorizzato l’esistenza di sistemi emotivi profondi che sono il fondamento esecutivo del nostro cervello.

Dalle sue ricerche, Panksepp ha definito 7 sistemi affettivi di base che sarebbero proprio il fondamento esecutivo del nostro cervello:  

  1. il sistema della RICERCA (attesa);
  2. il sistema della PAURA (ansia);
  3. il sistema della COLLERA (rabbia);
  4. il sistema della DESIDERIO SESSUALE (eccitazione sessuale);
  5. il sistema della CURA (accudimento);
  6. il sistema del PANICO/SOFFERENZA (tristezza);
  7. il sistema del GIOCO (gioia sociale).

Tutti questi sistemi appartengono alle emozioni di base che abbiamo ereditato come strumenti che ci servono per vivere.

Per questo, i disturbi emotivi — dice Panksepp — sono legati inevitabilmente a uno o più di questi sistemi emotivi di base, poiché sono il risultato dell’interazione CorpoMente.

Per questo motivo, tutti gli aspetti della nostra vita mentale possono essere influenzati dai nostri sentimenti.

L’uomo di fatto possiede un cervello in grado di fare cose grandiose, ma dal punto di vista evolutivo è programmato per la sopravvivenza.

Il nostro cervello tende di default a proteggereprevenireconservare, mentre la nostra società attuale ci chiede di fare i conti con l’imprevedibilità delle cose, di essere veloci, di consumare quanto più possibile.

Da un punto di vista evolutivo il nostro cervello non è ancora stato in grado di colmare lo scarto che c’è tra il piano biologico della sua costituzione e la sua crescita culturale.

Come sottolinea David DiSalvo: l’evoluzione culturale e l’evoluzione naturale si muovono a ritmi totalmente diversi.

Quando un nuovo dato mette in discussione uno schema consolidato, il cervello reagisce come se si trattasse di una minaccia. Non si tratta di una condizione confortevole per il cervello. Il cervello ama la stabilità, e l'incertezza che potrebbe derivare dalla valutazione delle nuove informazioni costituisce una minaccia.

Le emozioni di base tendono a proteggergi dai pericoli e dai rischi delle cose nuove, dalle cose che non comprendiamo immediatamente e che richiedono uno sforzo intenzionale di attenzione maggiore.

Per lo stesso motivo il nostro cervello adotta delle stategie specifiche per decifrare un nuovo messaggio e agire di conseguenza attraverso delle modalità operative che però, in alcuni casi, possono risultare essere delle vere e proprie trappole. 

Per esempio, è bene sapere che:

  • il nostro cervello tende alla fluidità cognitiva. Accoglie messaggi facilmente comprensibili, che si possono incastrare perfettamente e senza troppi sforzi negli schemi già esistenti;
  • il nostro cervello costruisce il significato delle nostre vite. Tendiamo ad assegnare un particolare significato ai nostri vissuti e agli eventi che viviamo, anche inventandone di sana pianta i legami. Siamo letteralmente costruttori di significato. Il nostro modo di funzionare ci spinge a rintracciare per forza un nesso tra le cose o addirittura ad inventarcene uno pur di creare una narrazione convincente di ciò che viviamo;
  • il nostro cervello ci induce a pretendere che dietro ogni effetto ci sia una causa evidente, un legame necessario di causa-effetto (clustering illusions). Ci è davvero difficile accettare che molte cose accadono senza un reale perché;
  • il nostro cervello predilige il risultato immediato, una ricompensa immediata. I feedback positivi prima arrivano meglio è. Il centro cerebrale della ricompensa (il nostro sistema mesolimbico) svolge una funzione di rinforzo per quei comportamenti adattivi più vantaggiosi per la nostra specie;
  • per il nostro cervello il reale coincide con ciò che è rilevante. Siamo mossi dai bisogni e pertanto cerchiamo i modi meno complicati per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno (questo è di fatto il meccanismo che si innesca in tutte le forme compulsive di dipendeza, dalle droghe a internet);

Se pensiamo per esempio alla paura, Panksepp ci dice che impariamo a temere la paura se abbiamo già sopportato esperienze terribili.

Il sistema cerebrale della paura è innato, ma il suo collegamento con il mondo reale si innesca attraverso l’apprendimento.

Pertanto, più a lungo sono durate le esperienze dolorose, più profondamente si saranno consolidate le connessioni tra neuroni. In questo modo si ha parua di tutto e di nulla. 

Questo sistema in pratica, più viene usato più diventa forte; meno si usa più si indebolisce.

Va da sé allora, che per ridurre lo stato di attivazione automatica della tua paura è necessario fare esperienza e consolidare una forma di apprendimento particolare che ti permetta di depotenziare quella modalità di attivazione che hai appreso attraverso l’esperienza. 

Questa cosa è possibile attraverso una relazione, come quella terapeutica in cui, confermando sistematicamente e per un certo periodo di tempo certe condizioni ambientali, relazionali, emotive di apertura, disponibilità, contenimento, riservatezza, empatia, non giudicante, è possibile depotenziare l’attivazione cerebrale di quel sistema.

Di fatto è proprio da questo fondamento della relazione terapeutica che si possono creare le precondizioni utili e funzionali per riacquistare un certo grado di serenità. 

Vari studi hanno scoperto che la qualità emotiva della relazione paziente-terapeuta, anziché lo specifico approccio terapeutico scelto, è forse la variabile generale più importante per la riuscita della psicoterapia.

In un interessante studio di Fabian Ramseyer e Wolfgang Tschacher dell’istituto di psicologia e psicoterapia della Università di Berna, pubblicato sul Journal of Counsulting & Clinical Psychology è stata sottolineata la sincronizzazione affettiva tra terapeuta e paziente come qualità non-verbale fondamentale per il consolidamento di un cambiamento efficace durante una psicoterapia. 

Che cosa significa?

Lo studio conferma che per la riuscita di una psicoterapia, per cui il paziente raggiunge uno stato di maggiore comprensione di sé e dei propri vissuti emotivi interni, è di fondamentale importanza la capacità di modulazione affettiva tra terapeuta e paziente.

Grazie alla capacità di sintonizzazione affettiva, ossia alla capacità del terapeuta di sintonizzarsi con lo stato affetivo del paziente, è possibile creare le condizioni fondamentali per fare in modo che il paziente apprenda un diverso modo di attivazione degli stati emotivi di base. 

Tutto questo è possibile perché il nostro cervello gode di una sua plasticità cerebrale di fondo che si esprime per mezzo di una competitività cerebrale per cui le mappe cerebrali che vengono usate di meno tendono ad essere rimpiazzate da altre che invece vengono usate più di frequente.

La psicoterapia cambia il cervello_mente

Il prof. Norman Doidge, psichiatra ricercatore alla Columbia University Psychoanalytic Center di New York e alla University of Toronto autore del libro Il cervello infinito. Alle frontiere della neuroscienza: storie di persone che hanno cambiato il proprio cervello ha sottolineato la natura competitiva della plasticità neuronale del nostro cervello.

In poche parole, nel nostro cervello i nervi combattono una guerra senza fine — dice Doidge — per accaparrarsi una radicata stabilità di utilizzo a livello superiore. 

Le mappe cerebrali che utilizziamo di più saranno quelle che riflettono abitudini consolidate da ripetuti apprendimenti.

Questo tipo di apprendimento diviene automatico. Si attiverà in maniera implicita, senza alcun controllo diretto e volontario da parte tua. 

Andare in bicicletta è un classico esempio di questo tipo di apprendimento. 

Una volta imparata questa abilità non è più necessario fare attenzione a quello che fai per rimanere in equilibrio e pedalare, lo fai e basta senza troppo pensare e senza neppure sapere bene che cosa stai facendo. Fatto sta che funziona! 

Diversamente invece, se smettiamo di esercitare le nostre facoltà mentali non le dimentichiamo e basta, ma la parte di mappa cerebrale corrispondente a quelle funzioni viene utilizzata per altre funzioni che invece continuiamo a svolgere.

Il nostro cervello è plastico e dinamico. Le nostre mappe cerebrali competono per avere la meglio nelle aree superiori (corticali). 

Pertanto, le risorse cerebrali vengono assegnate secondo il principio use it or lose it, usalo o perdilo!  

In maniera ancora più incisiva, avranno la meglio quelle mappe che nel corso degli apprendimenti si sono legate tra loro.

Questo significa che se un gruppo di neuroni si attivano insieme nello stesso momento, sincronizzandosi, si legheranno fra loro per formare un’unica mappa. 

Un esempio eloquente di che cosa significhi una cose del genere in senso concreto viene riportata dallo stesso Doidge raccontando di un suo paziente in psicoanalisi.

Doidge racconta di come per un suo paziente si fosse consolidata una sorta di trappola cerebrale per cui l’amore e l’aggressività si erano confuse insieme attraverso ripetute esperienze che il paziente aveva appreso con la madre alcolista. 

La madre spesso si rivolgeva a lui dando sfogo ai propri istinti sessuali e violenti nello stesso momento, contemporanemanete. 

Il paziente si ritrovava esposto a vissuti ed esperienze di tipo aggressivo ed erotico da parte della madre senza poter reagire. 

Questo genere di esperienze si erano consolidate nelle sue mappe cerebrali a tal punto da non capirne più né la differenza, né tantomeno la dinamica.

Il lavoro di Doige in terapia è stato quello di ri-differenziare le mappe cerebrali del suo paziente cercando di portare all’attenzione i momenti in cui il paziente viveva momenti di tenerezza. 

In quei casi veniva allora stimolato a prestare attenzione a quei gesti, sottolineandone le sfumature e i contenuti, e sottolineando pure l’evidenza del fatto che il paziente fosse in grado di provare sentimenti intimi e positivi.

Allo stesso modo, di fronte a pensieri violenti il paziente veniva sollecitato a sintonizzarsi con ricordi in cui l’aggressività e la violenza fossero stati estranei alla sessualità, come per esempio in casi di legittima difesa. 

Questo tentativo di separare e riorganizzare le mappe cerebrali — dice Doidge — in maniera progressiva consentì al paziente di recuperare uno stato di maggiore distensione all’interno delle relazioni e nell’intimità della coppia con esito positivo. 

La forma delle nostre mappe cerebrali si modifica a seconda di ciò che facciamo nel corso della nostra vita.

La psicoterapia lavora in profondità nel cervello e nei neuroni — dice Doidge — modificandone la struttura e attivando i geni appropriati.

Quella dell’espressione genica è un’altra importante evidenza tratta dalla psicoterapia.

I nostri geni hanno 2 funzioni fondamentali, una del tutto fuori dal nostro controllo, mentre l’altra direttamenrte influenzata dalla nostra esperienza:  

  1. da una parte i geni svolgono la funzione di “modelli” che vengono trasmessi da una generazione all’altra senza alcun controllo da parte nostra;
  2. dall’altra parte i geni svolgono la funzione di “trascrizione”: ogni cellula del nostro corpo contiene tutti i geni, ma soltanto alcuni si esprimono. Quando si attiva un gene produce una proteina che altera la struttura e la funzionalità della cellula stessa. Questa funzione di “trascrizione” è influenzata da ciò che facciamo e da ciò che pensiamo

Quando impariamo una cosa nuova, la nostra mente condiziona la trascrizione genica nei neuroni modellandone di conseguenza l’anatomia cerebrale microscopica.

La psicoterapia cambia le persone e — come sostiene Kandel — lo fa presumibilmente attraverso l’apprendimento, producendo cambiamenti nell’esperessione genica che modifica l’intensità  delle connessioni sinaptiche, e attraverso cambiamenti strutturali che alterano lo schema anatomico delle interconnessioni tra le cellule nervose del cervello.

Insomma: la psicoterapia può portare a modificazioni rilevabili nel cervello.

Questa affermazione di Kandel tiene conto del fatto che se osserviamo un cervello prima e dopo una psicoterapia che ha definito un apprendimento consolidato, si possono osservare organizzazioni plastiche differenti.

Tramite tecniche di neuroimaging si è potuto osservare che dopo un periodo di psicoterapia è possibile osservare un’estensione della sfera funzionale d’influenza dei lobi prefrontali (il sistema orbitofrontale destro importante nel riconoscere e regolare emozioni e relazioni).

Allo stesso modo è stato osservata pure una diminuzione della risposta del sistema limbico (il sistema coinvolto nella elaborazione delle emozioni).

La psicoterapia utilizza una modalità di intervento volta a sciogliere i nodi conflittuali e le tensioni emergenti dall’interferenza tra affetti e cognizioni mediante un processo che tende a separare i contenuti mescolati insieme e difficilmente distinguibili.

Si tratta di un processo che dal punto di vista cerebrale mira a differenziare i contenuti mentali di una mappa che fa attivare contemporaneamente sistemi anche diversi legati tra loro dall’esperienza.

Questo è l’effetto prodotto dalla psicoterapia sull’architettura del cervello che di fatto non stravolge la tua personalità o il tuo temperamento, ma riequilibra sostanzialmente i legami tra sistemi emotivi profondi e sistemi cognitivi superiori.

Il risultato è una maggiore consapevolezza di te stesso e con essa un maggiore capacità espressiva della tua personalità.

Questo è il mio lavoro, questo è il mio impegno!

Un saluto, a presto.

Michele

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Michele Accettella_psicologo_psicoterapeuta Roma

Michele Accettella

Sono psicoterapeuta abilitato all’esercizio permanente dall’Ordine degli Psicologi del Lazio.
In 13 anni ho accumulato oltre 10.640 ore di lavoro in ambito clinico, come psicologo e come psicoterapeuta. 
Per diventare analista junghiano, per oltre 5 anni, sono stato anch’io in terapia, poiché per conoscere l’altro è necessaria una conoscenza approfondita di sé.

L’attenzione al lavoro clinico, ancora oggi, viene periodicamente rinnovata negli incontri riservati di supervisione che svolgo presso il “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica“: un’associazione che da oltre 50 anni cura la formazione degli psicoterapeuti junghiani in Italia, di cui sono “Membro del Comitato Direttivo Nazionale”. Psicologo analista abilitato alla docenza, alle analisi di formazione e alle supervisioni presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia del CIPA riconosciuta dal MIUR.

Eventi cui ho partecipato come relatore, moderatore o discussant:

Seminario Residenziale CIPA,  25-27 ottobre 2019, Terme di Stigliano
Journal Club CIPA, 2 ottobre 2019 riflessioni volume rivista Atque, Roma
Tavola rotonda “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 17 ottobre 2018, Roma
Seminario “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 1 marzo 2017, Roma
Presentazione “Centro AMI”, 28 gennaio 2017, Alatri (RM)
XVII Convegno Nazionale CIPA, 2-4 dicembre 2016, Roma

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