3 febbraio 2018

Come curare l'ansia e il panico.
Sintomi, cause e cura dei disturbi d'ansia

Ansia e panico sintomi cause e cura

Erano le due del pomeriggio e dovevo aspettare le cinque per prendere il traghetto, il pullman e poi il treno. 

Passeggiavo, quando il mondo si disgregò.

Ricordo giardini, muretti, panchine impennarsi e scomparire.

Poi nulla. Terrore e perdita di senso.

Non si può catturare il contenuto del terrore.

Dopo un tempo eterno la tempesta si è allontanata e sono restate solo grandine e pioggia.

Così il panico è entrato nel mio destino: avevo incontrato Pan.

Questo episodio è il racconto personale vissuto da Lucio Della Seta (tratto dal suo libro, Debellare l’ansia e il panico), analista junghiano di Roma, che ha dedicato gran parte della sua vita professionale alla cura dell’ansia e del panico avendone sofferto egli stesso.

Lucio Della Seta ansia e panico

La sofferenza nasce dalla fantasia frustrante di non riuscire a essere come si dovrebbe essere.

Ma quali sono i sintomi, le cause e il modo in cui nella psicoterapia analitica ci si prende cura dell’ansia e del panico?

In questo articolo proviamo ad indagare un po’ meglio quelli che sono gli aspetti specifici dell’ansia e del panico, il loro significato psicologico possibile e i meccanismi di azione e, soprattutto, come è possibile affrontare questo stato di malessere.

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Gli argomenti di questo articolo:

1. Introduzione

Partiamo subito da una definizione puntuale e netta:  l’Ansia è paura di morire

Potremmo fermarci qui! Abbiamo detto tutto.

Ma ovviamente la faccenda è un po’ più complessa, poiché questa stessa asserzione apre letteralmente a un universo complesso di significati.

Qual è allora, l’elemento fondante di questa paura?

Beh, stiamo parlando di una paura che si forma attraverso il nostro timore profondo di essere rifiutati dagli altri.

Nasce dunque, dal rischio di non essere protetti, accuditi e sostenuti dagli altri.

Tutti questi aspetti hanno a che fare con la possibilità di affrontare il futuro con la convinzione di essere esposti a una condizione di fragilità o di rischio vitale.

Con uno sguardo più ampio possiamo definire l’ansia e il panico le paure che vietano il futuro (Enrico Ferrari, L’ambiguità del patire).

Questo che cosa significa?

Significa che quando abbiamo a che fare con i disturbi d’ansia, inevitabilmente abbiamo a che fare con il timore di affrontare qualcosa che ci sta davanti, reale o immaginata che sia.

Questa condizione ci costringe automaticamente a dover fare i conti con:

  1. un desiderio che viene vietato;
  2. il nostro limite umano.


Approfondiremo meglio entrambi questi aspetti, ma per il momento mi sembra opportuno iniziare da una 
questione di fondamentale importanza che deve essere tenuta da conto quando si parla di disturbi d’ansia:

 il corpo viene prima, poi viene la mente!  

Lo riprenderemo poi nel dettaglio (se vuoi passare subito al capitolo in cui ne parlo, premi qui!), ma questo è sicuramente un punto fondamentale per capire la natura dei disturbi d’ansia. 

Il ruolo che gioca il corpo è importante soprattutto quando si cerca di cogliere il vissuto personale di un paziente all’interno di una terapia.

Questa considerazione ci serve per sgombrare il campo dalla forte tentazione di affrontare i disturbi d’ansia essenzialmente da un punto di vista psichico (benché la distinzione corpo e psiche sia del tutto arbitraria).

La tentazione cioè di affrontare il malessere come se fosse esclusivamente il risultato di un “meccanismo difettoso” da rintracciare da qualche parte senza considerare minimamente il vissuto corporeo. 

Quando si ha a che fare con un malessere acuto legato all’ansia, questa operazione risulta per certi versi addirittura controproducente. 

Dal mio punto di vista (che ovviamente non è basato esclusivamente sulla mia esperienza, ma dagli studi in materia, che vedremo meglio dopo), in questi casi è il corpo che si impone! 

Un paziente che arriva in terapia per un malessere legato all’ansia o al panico, lamenta primariamente un disagio del corpo dal quale vuole liberarsi. 

Un disagio del corpo che in molti casi è preponderante rispetto a tutto il resto.

Nei casi acuti inoltre, non c’è molto spazio per stabilire una riflessione psicologica. 

Quello che serve è una comprensione di come reagisce il corpo agli eventi (reali o immaginati) e magari dopo perché si attiva in quel modo

È a partire dal corpo che si può dare senso al malessere legato all’ansia. 

Andiamo allora, per gradi. Proviamo intanto a capire che cosa accade a questo corpo quando si vive uno stato di ansia e panico. 

Finché c'è vita, c'è pericolo.

2. Che cosa significa soffrire d'ansia e avere attacchi di panico? Sintomi fisiologici, comportamentali e cognitivi

Qualche volta la sensazione di malessere inizia al mattino, appena sveglio. 

In altre circostanze insorge durante la giornata. Si manifesta all’improvviso. 

Aumenta di intensità o si ferma sempre allo stesso livello. Scompare per un po’, poi ritorna. 

Quando lansia diventa uno stato persistente, quello che succede è che:

  • ti senti stanco e non riesci a dormire o a riposare bene;
  • lamenti disturbi gastrointestinali, hai spasmi e dolori muscolari e mal di testa;
  • tendi a evitare normali situazioni perché le senti come minacciose o che possono farti stare male; 
  • non riesci più a distinguere bene quali sono le situazioni pericolose e quali quelle sicure;
  • ti senti teso e costantemente preoccupato; 
  • non riesci a rilassarti e a concentrarti per lungo tempo.

Lo stato d’ansia ti porta, di conseguenza, a vivere una condizione generale di alterazione. 

Per cui vivi:

  • una maggiore attenzione alle minacce (ipervigilanza). La condizione di stress e il conseguente eccitamento cerebrale per poter essere sempre pronto a rispondere, ti porta ad interpretare come minacciose anche quelle situazioni che sono invece buone;
  • tendi a evitare sempre di più situazioni sociali avvertite come pericolose;
  • tendi a sopravvalutare le probabilità che si verifichino eventi minacciosi e le relative conseguenze ad esse associate. La distorsione rispetto alla probabilità che un evento si verifichi comporta inevitabilmente uno stato di stress preventivo durevole;
  • tendi a reagire in maniera eccessiva e senza controllo alle incertezze e alle minacce. 

Soffrire d’ansia significa soprattutto sopportare male la tensione derivata dall’incertezza rispetto alla possibilità che si possa verificare un evento pericoloso.

Questo è un punto fondamentale, poiché apre ad una questione spinosa: 

l’ansia deriva pure dalla rigida volontà di esercitare un controllo su tutte le cose, per evitare a tutti costi gli eventuali effettivi negativi.

Voler controllare alcuni aspetti della vita è importante quando per esempio si tratta di arrivare in orario a lavoro, rispettare un appuntamento, rispettare un impegno preso, ecc.

Diventa invece, qualcosa di più complesso quando si tratta di voler agire il controllo su situazioni che sono fuori dalle nostre possibilità: per esempio in caso di incidente, di una malattia o addirittura di fronte alla morte. 

Paura, ansia e panico

Qualcosa di significativamente diverso accade invece quando hai un attacco di panico

  • hai il fiato corto
  • ti senti soffocare;
  • hai dolori al petto;
  • hai disturbi gastrointestinali;
  • hai le vertigini e giramenti di testa;
  • vivi uno stato generale di eccitamento corporeo e del pensiero;
  • ti senti di impazzire, di non avere più il controllo, ti senti morire.

Sia che si tratti di ansia, sia che si tratti di panico, i vissuti corporei – bisogna sottolinearlo con forza – si attivano automaticamente senza un reale motivo apparente.

In molti casi, è pressoché impossibile stabilire la relazione che esiste tra una situazione reale avvertita come minacciosa e l’attivazione corporea di uno stato di ansia.

Tutto avviene in maniera totalmente inconsapevole.

Un piccolo esempio clinico può aiutarci a capire meglio. 

Durante una seduta con Marco, un mio paziente con sintomi acuti di ansia e una storia di episodi di attacchi di panico, ad un certo punto della terapia mi racconta questo episodio*:

(* A tutela della privacy è stato modificato o omesso ogni dettaglio che possa rivelare l'identità del paziente).

Dovevo uscire di casa con mia moglie — mi racconta Marco.

Volevamo andare insieme a comprare il passeggino nuovo per il nostro primo figlio che sta per nascere tra qualche settimana.

È successo domenica. Una giornata tranquilla.

Mi sono alzato dal divano e ho iniziato a sentirmi male: avevo le vertigini, mi facevano male gli occhi e i muscoli alla base del collo.

Fino a un attimo prima stavo bene. Poi è iniziato il malessere. Così, all’improvviso, senza alcun motivo.

Non so cosa mi è successo afferma un po’ rassegnato.

Ho cominciato a sentirmi male. I soliti dolori. Al solito: mi stava venendo l’ansia!

A quel punto, provo a suggerire una mia ipotesi:

Sa, mi chiedevo se a qualche livello, una parte di lei, in quel preciso momento, ha iniziato ad avvertire un potenziale pericolo, una qualche minaccia potenziale che entrava nel suo campo vitale.

Non so se ha senso, ma con che cosa può avere a che fare secondo lei? Che cosa può averla messa in allarme per un pericolo imminente? gli chiedo.

Il paziente si abbandona sulla poltrona sospirando. Quasi rassegnato.

C’è la possibilità che il suo malessere sia legato in qualche modo a qualcosa di pericoloso che stava per andare a fare?  gli chiedo.

È possibile, secondo lei, che comprare un passeggino possa essere vissuto come un gesto pericoloso? gli domando ancora.

Che cosa intende? — mi chiede Marco.

Di che cosa dovrei aver paura? Comprare un passeggino per mio figlio? Ma che senso ha?!

Mi viene in mente che forse — provo a dire comprare un passeggino nuovo, per il suo primo figlio, non è proprio una cosa tanto semplice.

Di fatto, se ci penso, è qualcosa che la espone concretamente alla realtà di questo bambino che sta per nascere.

Immagino che quel semplice gesto, possa stimolare tutta una serie di fantasie, preoccupazioni o paure.

Paure che magari hanno a che fare, non so, con tutto quello che può accadere di impensabile durante il parto, non so, per la salute di sua moglie, per la salute del suo bambino; la paura magari di non essere un buon padre, di non essere all’altezza, ecc.

Marco riflette in silenzio, sembra che qualcosa l’abbia colpito. Scuote la testa.

— Credo che lei abbia ragione dottore. Potrebbe essere davvero così.

Credo proprio che possa avere a che fare con quanto lei dice — afferma

ma io non mi sono accorto di nulla!

Il disturbo di panico, forse, è l'esperienza umana in cui avviene il tentativo consapevolmente più radicale di sventare il futuro come possibilità.

L’attivazione automatica delle reazioni di malessere, nel corpo, non danno spazio ad alcuna possibilità di mentalizzare quanto ci stà accadendo, ossia, di decifrare con immagini e parole, dentro la nostra mente, esattamente ciò che stiamo vivendo in quel preciso momento.

Episodi acuti di ansia e panico si manifestano spesso in occasione di esperienze nuove e significative, come nella tarda adolescenza, al termine di una gravidanza, all’arrivo di un figlio, all’inizio di un nuovo lavoro. 

Si tratta di momenti della vita dove ci viene richiesto di andare oltre il nostro presente, oltre i nostri limiti. 

I vecchi legami o le vecchie abitudini adesso non bastano più (Enrico Ferrari, L’ambiguità del patire). 

Il futuro minaccia il presente!

Entra in gioco, quindi, la nostra incapacità di tollerare l’attesa.

«L’attesa diventa inquietudine priva di pacificazioni rassicuranti, trascina nello smarrimento e comunica uno stato d’allarme che si accompagna a una generale iperattivazione, senza tuttavia poter praticare una via di fuga. 

Il pensiero non riesce a produrre certezze, è la lingua primaria del corpo a essere parlata: irrequietezza e tensione muscolare, velocizzazione del cuore e incertezza del respiro» (Enrico Ferrari, L’ambiguità del patire).

È dunque dal corpo che si esprime un significato che sarà poi tradotto attraverso la Paura, l’Ansia o il Panico.

Capire meglio la differenza tra questi tre termini forse aiuta anche a dare un senso specifico a che cosa ti accade durante uno stato di ansia e panico.

Vediamoli meglio più da vicino.  

Un uomo che teme di soffrire soffre già per ciò che teme.

3. Paura, Ansia e Panico sono la stessa cosa?

Nel linguaggio comune spesso Paura, Ansia e Panico vengono usati per descrivere eventi e sensazioni molto simili.

Di fatto però la Paura, l’Ansia e il Panico non sono la stessa cosa!

È importante cercare di distinguere le cose perché ci può aiutare a capire più da vicino che cosa ci accade quando viviamo certe esperienze. 

In maniera diversa:

  • la Paura è quando una minaccia per il nostro organismo viene percepita con i cinque sensi e diventa cosciente: in altre parole è una faccenda primariamente organica legata a una reazione di sopravvivenza che viene colta in maniera cosciente;
  • l’Ansia è quando la minaccia è frutto di una previsione mentale di pericolo: in altre parole è legata ad una fantasia di pericolo che getta in uno stato emotivo di angoscia;
  • il Panico è quando abbiamo paura e ci accorgiamo di essere da soli, senza protezioni ad affrontare le reazioni biologiche del nostro corpo legate alla sopravvivenza.

L’ansia non porta al panico. 

Il panico, invece, può portare a diventare ansiosi per anticipazione: la paura di avere improvvisamente un attacco di panico mi getta in uno stato di ansia prima ancora che si verifichi qualcosa.

Quali sono allora le differenza tra Paura e Ansia? Ci sono degli aspetti comuni?

Apprensione e inquietudine, elevato eccitamento, sentimenti negativi, attivazione del corpo, presenza o anticipazione del pericolo o del disagio, sono tutti aspetti presenti ugualmente sia nella Paura, sia nell’Ansia.

Diversamente, le differenze tra la Paura e l’Ansia sono queste:

  • la minaccia è presente e identificabile nella Paura, ma non nell’Ansia;
  • la Paura insorge per precisi stimoli, l’Ansia no;
  • la Paura è legittima rispetto ad una minaccia reale, l’Ansia no;
  • la Paura inizia e termina in maniera episodica e precisa, l’Ansia no;
  • la Paura ha a che fare con uno stato di emergenza, l’Ansia no.

C’è un altro punto essenziale di differenza tra Paura e Ansia: 

nel caso dell’Ansia si prova incertezza su quando si verificherà un pericolo imminente, su quanto durerà e quali azioni bisogna adottare (si prova dunque, angoscia);

nel caso della Paura invece, non si vive uno stato di incertezza.

L'incertezza è il terreno di coltura dell'ansia.

Se sono cose diverse perché allora, si parla di paura, ansia e panico nello stesso articolo?

Beh, il motivo è che hanno tutte e tre a che fare con il medesimo meccanismo arcaico di difesa, che reagisce automaticamente alle minacce e ai pericoli in maniera immediata, senza consapevolezza.

Paura, Ansia e Panico sono affrontati insieme poiché il meccanismo di base di attivazione è il medesimo. 

Ha a che fare con il medesimo sistema emotivo: una risposta primaria che nasce prima nel corpo e che viene soltanto dopo avvisata nella mente!

Per questo in una terapia, per capire da dove viene l’ansia è molto importante partire dai malesseri del corpo, per recuperare via via un legame di significato con i propri vissuti emotivi, i propri pensieri, le proprie fantasie, i propri desideri: in una parola sola la propria psicologia

Per questo è utile chiedersi da dove provenga l’ansia. 

Proviamo a mettere a fuoco un po’ meglio quali sono i meccanismi d’azione dell’ansia e del panico. 

4. Da dove viene l'ansia? Prima il corpo, poi la mente

Il sistema emotivo (inconscio) che ci fa attivare dei comportamenti difensivi di fronte ad una minaccia opera indipendentemente dal fatto che noi siamo consapevoli di ciò che sta accadendo.

Anzi, letteralmente è solo nel momento in cui la reazione organica del nostro sistema emotivo interagisce con la coscienza che proviamo un’emozione di Paura.

Fino a quel momento, fino a quando non avviene questa interazione con la nostra coscienza, non abbiamo nessuna capacità di sapere che cosa ci sta accadendo.

Prima ancora di avere coscienza di vivere uno stato di ansia, di paura o di panico, alla percezione di un pericolo, nel nostro corpo accade questo:

1. le ghiandole surrenali producono una certa quantità di adrenalina che agisce su vari organi inducendo delle modificazioni;

2. i bronchi si dilatano, provocando un aumento della ventilazione e un conseguente aumento dell’ossigeno verso muscoli, cuore e cervello;

3. il cuore aumenta la frequenza e la forza della sua attività metabolica, che assieme alla costrizione delle vene e al conseguente ritorno venoso provoca un aumento della gittata cardiaca;

4. in parallelo le arterie cutanee, renali e mesenteriche hanno una costrizione, mentre quelle muscolari e coronariche si dilatano;

5. il tutto genera un aumento del flusso venoso verso muscoli, cuore e cervello;

6. il muscolo scheletrico aumenta la contrazione, il che incrementa il lattato ematico (l’acido lattico) verso il cuore e il fegato;

7. a sua volta il fegato aumenta la lipolisi, così che il glucosio e gli acidi grassi liberi arrivano in maggior misura verso muscoli, cuore e cervello.

Ansia e panico_fisiologia

L’ingresso violento dell’aria verso i muscoli, cuore e cervello dà una ingannevole sensazione di soffocare (in realtà la gola non si restringe).

Soltanto dopo questa reazione organica arriva la Paura, l’Ansia o il Panico.

Per prima cosa avvengono delle alterazioni nel corpo e soltanto dopo nascono delle emozioni a quelle collegate.

Nel caso dell’ansia allora, il malessere corrisponde all’attivazione di un corpo che materialmente si prepara alla fuga!

L'automaticità delle abitudini emotive conviene per non doversi preoccupare troppo dei pericoli più frequenti, ma i disturbi ansiosi e il loro apprendimento rigido e incancellabile sono un rischio.

Questo genere di reazione immediata — del tutto automatica — ha una radice profonda nella storia evolutiva dell’uomo.

Lo storico israeliano prof. Yuval Noah Harari lo ha sapientemente descritto nel suo libro sulla storia dell’umanità, Sapiens. Da animali a dèi.

La capacità dell’uomo di creare ordini immaginati condivisi (regole sociali, scrittura, cultura) gli ha permesso di raggiungere la vetta della catena alimentare attraverso un lasso di tempo molto rapido se si considera l’intera storia della terra (tra i 400.000 e 100.000 anni fa).

Questo tempo così breve non ha dato la possibilità all’ecosistema di equilibrare le cose.

Questo fatto ha esposto l’uomo ad una condizione di dominanza ansiosa, che ancora oggi non ha prodotto evolutivamente una struttura biologica idonea al ruolo. 

Inoltre, Harari sottolinea come sia stata proprio la rivoluzione agricola a mettere l’uomo nella condizione di doversi preoccupare del futuro.

Da cacciatori-raccoglitori il futuro non era visto come un qualcosa da controllare o prevedere. Si viveva, dall’alba al tramonto, alla giornata, con quanto era possibile cacciare o raccogliere in natura.

Con la rivoluzione agricola – quella che Harari ha chiamato la più grande impostura dell’umanità – iniziata tra il 9500 e l’8500 a.C., l’uomo si è dovuto porre il problema di controllare gli eventi

La vita per l’uomo, da allora, si è trasformata in una costante preoccupazione rispetto alla possibilità di avere o meno un raccolto sufficiente alla sopravvivenza: scongiurare le siccità, comprendere e evitare le epidemie, accumulare beni per affrontare le carestie, ecc. (l’incertezza del sistema agricolo). 

La convinzione era che questo lavoro avrebbe fornito più frutti, più frumento, più carne. Gli agricoltori viaggiavano con l’immaginazione spingendosi fino ad anni e decenni del futuro.

Da quel momento in poi per l’uomo il futuro è diventato un problema!

Essendo noi stati, fino a poco tempo fa, tra le schiappe della savana, siamo pieni di paure e di ansie circa la posizione che occupiamo, il che ci rende doppiamente crudeli e pericolosi.

Quando il futuro allora, diventa un problema da affrontare, gestire e controllare inevitabilmente l’uomo instaura un rapporto con la realtà che lo circonda di lotta per la dominanza.

Questo – ci dice Harari – è stato possibile perché, per colmare i vuoti lasciati dall’eredità biologica rispetto alla posizione di dominanza nella catena alimentare, gli umani hanno creato gli ordini immaginati (regole sociali, leggi, consuetudini, cultura, ecc.) ed elaborato la scrittura.

In altre parole, l’uomo ha inventato i miti: il collante dei legami tra gli uomini, le famiglie, i gruppi. 

Condividendo codici mitici si è potuto costruire l’organizzazione delle società sulla base di presupposti riconosciuti da tutti i membri del gruppo.

Tutto questo processo è sorto sulla base del forte desiderio di controllare il futuro.  

Quel desiderio oggi, sta portando l’uomo a realizzare forse la più grande conquista nella storia dell’umanità: la vittoria sulla morte!  

Harari in uno dei suoi ultimi libri Homo Deus. Breve storia del futuro ha cercato di tracciare la traiettoria cui l’uomo sta indirizzando la propria storia. 

Il controllo definitivo sulla vita e sulla morte – che sembra per l’uomo nemmeno così tanto utopistica come possibilità concreta di realizzazione –sta trasformando gli uomini in déi.

Nel XXI secolo, il grande progetto del genere umano riguarderà l'acquisizione di poteri divini di creazione e distruzione, ed eleverà Homo sapiens a Homo Deus.

Che cosa c’entra tutto questo con l’Ansia e il Panico?

Beh, c’entra per una cosa molto semplice: l’uomo attuale così pre-occupato compulsivamente di prevenire l’angoscia del futuro sta perdendo la capacità sensoriale di sintonizzarsi con il proprio presente e con il proprio corpo. 

Luis Sass, nel suo libro Follia e modernità, afferma che alcune forme della sofferenza contemporanee siano proprio il frutto di una intensificazione della consapevolezza cosciente

più siamo impegnati in una costante operazione razionale di controllo più aumenta il rischio del nostro malessere.

Siamo sicuri – si chiede l’Autore – che non sia proprio una alienazione dalle emozioni, dagli istinti e dal corpo a dare forma oggi a tutta una serie di disturbi e malesseri?

La domanda essenziale è dunque questa: 

che cosa significa essere pre-occupato dal futuro?

In breve, significa razionalmente impegnarsi in una costante operazione mentale di anticipazione: pre-vedere ciò che accadrà nel medio e lungo periodo!

Il perché questa operazione avvenga mi sembra sia facile da intuire poiché credo abbia semplicemente a che fare con la capacità di eludere l’angoscia rispetto ad un futuro che si immagina negativamente imprevedibile. 

Tutto questo produce l’effetto di una alienazione: uno scollamento del corpo in relazione con il mondo.

Spesso un problema ricorrente sotteso a tante forme del malessere che osservo nei miei pazienti, sta proprio nell’incapacità di rimanere sintonizzati ai significati che il corpo esprime con il proprio malessere. 

Ecco perché il corpo diventa il centro delle attenzioni: si scambia il corpo come il luogo ove la mia personalità si può esprimere, si scambia con il mondo! 

Il malessere del corpo nell’ansia e nel panico rappresenta dunque, una impossibilità a esprimere la propria presenza nel mondo

Le sensazioni e le emozioni sofferte che si manifestano attraverso il corpo sono il risultato di una costrizione nel corpo

Un’incapacità di esprimere sé stessi nei progetti del mondo.

In questo senso allora, nei disturbi d’ansia e di panico la priorità appartiene al corpo. 

È proprio dalla capacità di ascolto sensibile del corpo che passa primariamente la regolazione delle reazioni di difesa di fronte alle minacce immaginate e dei loro significati. 

Prima di indagare un po’ meglio da vicino quelli che sono i significati attribuibili all’Ansia e al Panico, proviamo allora, a capire cosa si può fare per provare a ristabilire una sintonizzazione con il proprio corpo. 

5. Come gestire i sintomi dell'ansia e del panico?

Joseph LeDoux, neuroscienziato direttore del Center for the Neuroscience of Fear and Anxiety di New York, afferma che un modo semplice ed economico di acquisire un certo potere sull’ansia è respirare in modo lento e misurato (Joseph LeDoux, Ansia. Come il cervello ci aiuta a capirla). 

Questo tipo di esercizio così semplice, implica la capacità di riuscire a concentrare la nostra attenzione sul respiro e dunque, sui movimento del nostro corpo.

Ha a che fare con la capacità di riuscire a registrare nel momento presente, come si comporta il nostro corpo in relazione a particolari eventi.

Si tratta di un esercizio che facilita è l’attenzione focalizzata e dunque un apprendimento, a essere nel presente!

Perché questa cosa dell’attenzione è importante?

È importante per un motivo molto semplice: quando vivi uno stato di ansia, il malessere è nel corpo. Questo porta la tua attenzione costantemente a monitorare il malessere del corpo, non lo stato intimo del corpo. 

Sei concentrato sulle fluttuazioni del malessere, sulle modulazioni del dolore (se aumenta, se si può sopportare, se si riesce a contrastare, ecc.), ma non su come coscientemente sta funzionando il corpo! 

Quello che intendo dire è che uno stato di ansia ricorrente si instaura e diventa un apprendimento automatico inconsapevole per via del fatto che l’innesco tra reazioni emotive del corpo e traduzione consapevole si è alterato. 

Non sei in grado di decifrare il significato che le reazioni del tuo corpo ti segnalano di fronte ad un evento. 

Viene distolta sistematicamente la possibilità di cogliere il senso che hanno le tue reazioni emotive.

Provo con un esempio a chiarire meglio.

Alessandro, un mio paziente con sintomi persistenti di ansia, durante una seduta mi racconta della sua settimana trascorsa e di quanto sia stato male*:

(* A tutela della privacy è stato modificato o omesso ogni dettaglio che possa rivelare l'identità del mio paziente).

– Sa dottore, mercoledì scorso sono stato di nuovo male.

Erano un po’ di giorni che avevo ripreso a sentirmi un po’ meglio, ma mercoledì senza alcun motivo ho passato una giornata d’inferno.

Dolori alla nuca, tensioni al collo, vertigini, un forte dolore agli occhi. Non riuscivo a fare nulla. Pensavo che quella era la fine, davvero! Volevo andare in ospedale. Non sapevo proprio cosa fare. 

– Che tipo di giornata è stata quella di mercoledì scorso – provo a chiedere. 

– Come vuole sia stata: una giornata come le altre, le solite cose. Lavoro, commissioni, famiglia. Non posso più fare niente! – mi risponde Alessandro con tono un po’ esasperato. 

Mio padre si è sentito male martedì sera. Siamo andati di corsa in ospedale. Sa non è la prima volta. Mi sono occupato di tutto senza problemi. L’hanno tenuto in osservazione per qualche ora. Poi siamo tornati a casa. Mia madre piangeva.

– E come si è sentito lei? – chiedo. 

– Ma nulla di che. Come le ho detto, non era la prima volta. Mi sono occupato di tutto senza problemi. L’ho accompagnato al pronto soccorso, ho parlato coi medici e quant’altro. Non stavo male.

–  Beh, mi chiedo se, cessata l’emergenza di intervenire per la salute di suo padre, si sia potuto “concedere” l’opportunità di sentire attraverso il malessere dei suoi sintomi tutta la paura per quanto stava accadendo a suo padre – provo a ipotizzare.

Mi sto chiedendo se sia possibile che il timore di qualcosa di brutto che poteva annunciare il malessere di suo padre non sia stato possibile sentirlo in quel preciso momento, ma soltanto dopo che tutto era passato. 

Se questo ha un senso, forse è possibile, in certe circostanze, che qualcosa accada nel suo corpo nel momento presente senza con questo averne alcuna consapevolezza. 

Come se non ci fosse alcun sentito. Come se non ci fosse un corpo. 

– Potrebbe essere – dice Alessandro – potrebbere davvero essere come dice lei. D’altronde avrebbe un senso. Ma io, di fatto, non ho sentito nulla. Non so …

L’importanza di sentire e di cogliere in ogni momento come reagisce il nostro corpo è un importante indice di come ci poniamo di fronte agli eventi. 

In questa direzione, anche la meditazione ha un effetto importante sul controllo e la gestione dell’ansia, poiché rappresenta una strategia efficace di regolazione emotiva.

Si tratta di un esercizio di monitoraggio aperto agli stati di variazione delle reazioni corporee valido per apprendere come agiscono i nostri pensieri e come si attiva il nostro sistema difensivo automatico.

Inoltre, come abbiamo avuto modo di dire, già il semplice fatto di sapere come funziona il meccanismo biologico del nostro sistema difensivo automatico – in risposta magari ad un pensiero preoccupante – è un buon modo per gestire gli stati di ansia.

In questo, se si aggiunge la possibilità di tenere a mente, in maniera consapevole, che nulla di dannoso ti potrà accadere per esempio durante un attacco di panico, questa convinzione sarà già in grado di arginare gli effetti e la portata del malessere. 

In questo, possiamo considerare utile un monito di Lucio Della Seta che ci dice che:

«Un attacco di panico si ferma sempre e comunque da solo. Si ferma subito, se si è imparato a non fuggire e a non chiedere aiuto» (Lucio Della Seta, Debellare il senso di colpa).

Un contesto emotivo di profondità e sicurezza – come può essere quello della psicoterapia – influenzerà positivamente l’apprendimento di una nuova modalità di risposta agli eventi, che a loro volta influenzeranno il sistema automatico della paura. 

La riflessione su di Sé, l’empatia del terapeuta, la ricerca di una comprensione di Sé senza giudizio, sono tutti fattori che vanno a indebolire i processi di attivazione automatica legate alla paura, attraverso l’apprendimento di nuove modalità di stare al mondo. 

Il sottofondo sostanziale di tutte queste indicazioni, appartiene alla capacità di sintonizzarsi con il proprio corpo in relazione con il mondo.  

Appartiene dunque, alla capacità di fidarsi di Sé

Fidarsi del fatto che se il nostro sentito agisce in una determinata maniera questa azione ha un significato preciso, c’è un senso ordinatore sottostante che è opportuno conoscere.

Qual è allora il significato psicologico dell’Ansia e del Panico?

Proviamo a rintracciare alcuni punti significativi. 

6. Il significato dell'ansia e del panico: la paura della morte!

Da grande ho avuto modo di scoprire che, se ti capita in sorte una madre che non sa amarti in modo adeguato, la prima cosa che senti, ancora prima di imparare a pensare, è di non valere niente. Crescendo poi, anche dopo che ti sei reso conto che era tua madre a non essere adeguata ogni singola cellula del tuo corpo si è formata intorno a quella prima sensazione: non valgo abbastanza, non valgo niente.

Come si diceva prima, la questione di anticipare il futuro per controllarne gli effetti minacciosi è uno degli elementi essenziali per capire l’ansia e il panico. 

Ci si pone di fronte alla vita in maniera da pre-vedere, come per “vedere prima” che accada, tutto quello ci riserva il futuro. 

Sia ben chiaro: tutto questo nasce dalla convinzione che tutto ciò che arriva dal futuro è male o ancor di più è nulla

Posto di fronte al nulla non si può che vivere l’angoscia

L’angoscia è lo stato paralizzante della disperazione, dove l’ansia si impone in tutta la sua costrizione:

il mondo si restringe intono a te opprimendoti ogni movimento, in qualunque direzione. Il tuo corpo subisce un’azione che viene dall’esterno e che ti spinge a chiuderti in se stesso, fino quasi a strozzarti.

L’angoscia è lo stato affettivo d’ansia quando ci sentiamo smarriti, quando perdiamo tutti i nostri punti di riferimento noti e familiari: in una parola quando perdiamo la nostra sicurezza

Nell’angoscia ci sentiamo dispersi e paralizzati. La morte diventa il pensiero predominante. 

Se dal futuro non può che arrivare il male, il tentativo allora, sarò quello di pre-vederlo, di anticiparlo costantemente in maniera tale da sottrarsi ad ogni occasione negativa pur di conservare uno stato di benessere. 

Questo significa che quando vivo uno stato di angoscia, mi sento paralizzato dalle sfide del futuro, il tentativo che metterò in atto sarà quello di evitarle. 

Il futuro abitato dall’incertezza, lacera e soprattutto scompone

Ma non si tratta soltanto di un rapporto tra me e il mondo esterno: ha a che fare con una mancanza di fiducia in sé stessi, del proprio sentito (di nuovo il corpo!). 

Una mancanza di fiducia nella propria capacità di costruire un significato attraverso la concreta realtà delle cose che si fanno dentro al mondo

Una fiducia che ha direttamente a che fare con la capacità di distinguere, di saper identificare le proprie emozioni vissute, cogliere le differenze degli stati d’animo interni, valutare le differenze affettive, distinguere il buono dal cattivo.

La fiducia in sé stessi ha a che fare dunque, con l’alfabetizzazione emotiva! 

Saper riconoscere i differenti stati d’animo e le sue fluttuazioni non è una cosa scontata: tanto meno quando viviamo uno stato di ansia o panico.

Lo stato di incertezza paralizzante o evitante cui è esposta una persona che vive l’ansia o il panico corrisponde all’incapacità di assegnare alle singole variazioni affettive corporee un nome corrispondente. 

Posso avere coscienza precisamente del mio stato emotivo interno soltanto se sono dotato di un vocabolario emotivo adeguato alla sua traduzione. 

Se questa operazione di traduzione non è sufficiente, se i nomi assegnati alle emozioni non sono collegati direttamente ad uno stato emotivo-corporeo è pressoché impossibile dare significato a quanto ti accade quando sei in ansia. 

Ci sarà bisogno allora, di amplificare la propria attenzione consapevole alla variazione degli stati affettivi che il corpo vive.

L'uomo è forse la creatura più timorosa che ci sia, poiché alla paura elementare dei predatori e dei membri ostili della sua stessa specie, si aggiungono le paure esistenziali portate dal suo stesso intelletto.

Abbiamo accennato prima ai fattori psicologici sottostanti la condizione dell’ansia e del panico, che genericamente hanno a che fare con il divieto di agire certi desideri e con il vivere l’esperienza umana del proprio limite.

Perché mai succede di limitarsi e di non realizzare i propri desideri?

Beh, la risposta sta nel fatto che l’angoscia che si prova di fronte a situazioni avvertite come nuove, corrisponde di fatto ad un invito alla perdita dei propri limiti

Per affrontare e conoscere il nuovo devo abbandonare vecchie strutture, superando i miei limiti, esponendomi almeno in parte ad un momento di indeterminatezza, ad un momento di vuoto.  

Questo è possibile soltanto se si gode di una certa fiducia nel proprio desiderio.

Per Jung questo momento dell’angoscia ha a che fare con il processo di individuazione (crescita della personalità), poiché contattare aspetti di sé non ancora conosciuti significa pure donarsi la possibilità di intercettare il fondamento affettivo profondo dell’angoscia stessa. 

Arriviamo dunque, alla considerazione che il sintomo, l’Ansia o il Panico, la Paura o l’Angoscia, sono dei segnali di invito a realizzare i propri desideri di crescita individuali. 

Sicuramente l’ansia si sviluppa in un contesto. Per cui ha direttamente a che fare con il modo specifico che hai di entrare in relazione con l’ambiente circostante e con gli altri. 

Ci sono di mezzo infatti, le aspettative degli altri su di te, l’idea di tradire la fiducia di qualcuno, l’abitudine a doversi modellare e adattare primariamente al volere degli altri, il senso di colpa di provare certi desideri in contrasto con l’educazione ricevuta, la colpa di non essere come gli altri ci chiedono di essere. 

Un senso di colpa che genera anche il desiderio compulsivo di piacere a tutti, perché rende insopportabile l’idea che qualcuno possa pensare male di noi (Lucio Della Seta, Debellare il senso di colpa).  

Sullo sfondo di tutto questo scenario c’è la paura di rimanere da soli e di morire

Il fulcro centrale, profondo delle esperienze di Ansia e di Panico, è sostanzialmente legato al confronto con la morte. 

In un bellissimo libro dedicato alla morte, dal titolo Via di qua. Imparare a morire, il filosofo Umberto Curi ha dedicato un capitolo proprio al prendersi cura della morte

Che cosa significa prendersi cura della morte? E che cosa c’entra con l’Ansia?

Prendersi cura della morte significa fare i conti con la propria mortalità, significa introdurre nella filosofia della propria vita una riflessione intorno alla propria finitezza sempre presente, significa fare i conti con il tempo che passa e con le sue qualità.

Significa in altre parole, considerare che ciò che cura nella vita è proprio la consapevolezza della duplicità delle cose. Che tutte le cose nascono e muoiono, sono buone e cattive, curano e intossicano. 

Riuscire a contemplare la possibilità che siamo costantemente attraversati da emozioni contrapposte, ambivalenti è la sfida per trasformare sé stessi.

Il miglior atteggiamento creativo che si può assumere di fronte a questa ambivalenza stà proprio nella capacità di sopportare la tensione di questa duplicità delle cose.

Per cui, tutto dipende dall’atteggiamento cosciente che abbiamo di fronte alle cose. Dal modo in cui concepiamo il mondo.

Deriva anche dalla consapevolezza che ogni cosa è esattamente ciò che conosciamo di quella cosa, ma allo stesso tempo siamo consapevoli anche del fatto che quella stessa cosa ha caratteri, aspetti e sfumature che ancora non conosciamo (Jung, La dinamica dell’inconscio).

Il buon esito di una terapia, in questo senso, avrà precisamente a che fare con cambiamenti dell’atteggiamento cosciente che avvengono, sia a livello consapevole, sia a livello inconsapevole

Poiché questa è la natura dell’umano.

Questo è il mio lavoro, questo è il mio impegno!

Un saluto, a presto.

Michele

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Michele Accettella

Sono psicoterapeuta abilitato all’esercizio permanente dall’Ordine degli Psicologi del Lazio.
In 13 anni ho accumulato oltre 10.640 ore di lavoro in ambito clinico, come psicologo e come psicoterapeuta. 
Per diventare analista junghiano, per oltre 5 anni, sono stato anch’io in terapia, poiché per conoscere l’altro è necessaria una conoscenza approfondita di sé.

L’attenzione al lavoro clinico, ancora oggi, viene periodicamente rinnovata negli incontri riservati di supervisione che svolgo presso il “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica“: un’associazione che da oltre 50 anni cura la formazione degli psicoterapeuti junghiani in Italia, di cui sono “Membro del Comitato Direttivo Nazionale”. Psicologo analista abilitato alla docenza, alle analisi di formazione e alle supervisioni presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia del CIPA riconosciuta dal MIUR.

Eventi cui ho partecipato come relatore, moderatore o discussant:

  • Seminario Residenziale CIPA, 25-27 ottobre 2019, Terme di Stigliano
  • Journal Club CIPA, 2 ottobre 2019 riflessioni volume rivista Atque, Roma
  • Tavola rotonda “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 17 ottobre 2018, Roma
  • Seminario “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 1 marzo 2017, Roma
  • Presentazione “Centro AMI”, 28 gennaio 2017, Alatri (RM)
  • XVII Convegno Nazionale CIPA, 2-4 dicembre 2016, Roma

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