4 marzo 2018

Come curare la depressione.
Sintomi, cause e cura dei disturbi depressivi

Come curare la depressione

Poi … tutto cominciò a sembrare uno sforzo enorme, insuperabile.

Dovrei pensare a me stesso. Dovrei mangiare un po’.

E poi vorrei riflettere. Ma devo tirar fuori il cibo. E metterlo su un piatto. E tagliarlo. E masticare. E deglutirlo …

Col passare del tempo, mi sono ritrovato a fare di meno, a uscire di meno, a interagire di meno con gli altri, a pensare di meno e a sentirmi di meno.

Poi è salita l’ansia … L’inferno più acuto della depressione è la sensazione che non ne uscirai mai.

Se si riesce ad alleviare questo sentimento, lo stato, pur se miserabile, è sopportabile.

È la sensazione costante di essere assolutamente angosciato e di non sapere che cosa provochi quell’angoscia.

Assomiglia alla sensazione che si ha se si scivola o si inciampa, e il terreno ti sta venendo addosso.

Dal mio letto guardavo il telefono sul comodino, ma non riuscivo a raggiungerlo e comporre un numero. Sono rimasto lì per quattro o cinque ore, a guardare il telefono. E infine suonò.

Sono riuscito a rispondere. Ho detto: “Ho un problema terribile”.

Questo è il racconto di come la depressione ha cambiato la vita dello scrittore Andrew Solomonprofessore di psicologia clinica alla Columbia University di New York, autore del libro Il sole di mezzogiorno. Depressione: la storia, la scienza, le cure

Solomon ha vissuto episodi gravi di depressione per lungo tempo, intervallati da diversi episodi più lievi.

«Negli stati depressivi qualsiasi impresa  — dice Solomon —, qualsiasi sentimento, la vita stessa perdono di significato. In questa situazione di mancanza d’amore l’unica sensazione che perdura è la futilità.

La prima sensazione che scompare è la felicità: nulla più dà piacere.»

Questa è la depressione: una incrinatura dell’amore.

Per essere capaci di amare dobbiamo essere capaci di disperarci per ciò che perdiamo e la depressione è il meccanismo con cui esprimiamo questa disperazione.

La depressione è una malattia progressiva.

Se non viene curata adeguatamente modifica in peggio lo stato del tuo cervello!

Questo è quanto emerge da una recente ricerca canadese del CAMH: The Center for Addiction and Mental Health di Toronto, pubblicata recentemente (2018) sulla rivista The Lancet Psychiatry.

In questo lavoro i ricercatori hanno osservato come uno stato depressivo protratto nel tempo, senza alcun intervento di cura, produca un progressivo deterioramento qualitativo e quantitativo del cervello.

Ma che cosa significa tutto questo?

Beh, significa una cosa molto semplice, ma piuttosto allarmante: 

più tempo passi in una condizione depressiva senza ricevere l’aiuto e il sostegno di cure adeguate, maggiore sarà il rischio di peggioramento per il tuo cervello e con esso della qualità psico-fisica della tua vita.

Non parliamo di una condizione dell’umano che si risolve da sola. 

Tutto il contrario: se non viene assunto intenzionalmente un progetto di cura tende a peggiorare le tue condizioni psico-fisiche in maniera progressiva nel corso di soli 10 anni. 

Ma come si manifesta la depressione? Quali sono i sintomi, le cause e il modo in cui ci si prende cura degli stati depressivi? 

In questo articolo proviamo ad indagare un po’ meglio che cosa significa soffrire di disturbi depressivi, quali sono i meccanismi di azione implicati e, soprattutto, come, nel mio contesto terapeutico mi prendo cura di queste condizioni esistenziali dell’umano. 

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Gli argomenti di questo articolo:

1. Introduzione

Sentivo un funerale nel cervello
E i dolenti avanti e indietro
Andavano - andavano - finché sembrò
Che il Senso fosse frantumato
E quando tutti furono seduti,
Una Funzione, come un Tamburo -
Batteva - batteva - finché pensai
Che la Mente si fosse intorpidita.

Questa fortissima immagine descritta da Emily Dickinson in forma poetica (J280 del 1861), offre tutto il vissuto di una persona che soffre di uno stato depressivo. 

Il funerale nel cervello è un’immagine puntuale per descrivere uno stato psico-fisico particolare in cui ci si può ritrovare presi da un malessere indicibile che nulla muove e nulla produce. 

I tuoi pensieri, le tue immagini, tutta la tua mente è totalmente collassata nel passato. Il dolore, la tua sofferenza di oggi, è ancorata ad un tempo passato. 

Il futuro, così come il presente, semplicemtne non esiste nel tuo orizzonte di senso. 

Nulla muta, nulla muterà mai!

Questa irremovibile e radicale convinzioone occupa tutto lo spazio della tua mente. Tutto è immobile. Le tue giornate sono senza continuità, senza senso. Senza tempo.

Il modo che hai di percepire l’intimità dello scorrer del tempo, il tempo vissuto, è rallentato, è quasi fermo. Allo stesso tempo, ti rendi conto che il tempo degli altri, quello intorno a te, il tempo del mondo scandito da un orologio, continua a scorrere indifferente. 

Il futuro è inimmaginabile. Precipitato in un presente che sta perdendo della sua “consistenza”, il suo peso, il suo senso.

Il dolore ti trattiene e ti costringe in un presente senza movimento, senza dinamismo.

Tutto è bloccato nel tempo presente.

Anche la morte diventa impossibile: se non si ha il futuro dinanzi a sé anche la morte scompare dall’orizzonte possibile.  

Sento che non riuscirei a suicidarmi ma è questo a rendere ancora più profonda e dolorosa la mia sofferenza, e la mia angoscia.

Se potessi sperare nel suicidio, se potessi contare su di una morte così vicina, se potessi scegliere la mia morte, sopporterei meglio questa tremenda sofferenza, perché ne conoscerei la fine.

Non ho la speranza della morte, non ho questa speranza, non ho più alcuna speranza. Sono inquieta, sono demoralizzata.

(Eugenio Borgna, L’ascolto gentile)

Ma quanto è diffusa la depressione? Quanto è grande il rischio di diventare depressi?

La depressione è ampiamente diffusa nella popolazione con un trend in continua crescita e diffusione.

Almeno una volta nella vita, 1 persona su 3 soffre di depressione.

Ogni 3 secondi qualcuno tenta il suicidio. 

Ogni 40 secondi qualcuno muore suicida. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha espresso una valutazione secondo cui, nel 2020 la depressione sarà al 2° posto tra le cause di invalidità per malattia. 

Entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa al mondo! (Alberto Siracusano, Risalire in superficie. Conoscere e affrontare la depressione)

In Italia, secondo i dati riportati dal Ministero della Salute relativi agli studi dell’EDEMeD (Epidemiology Study of Mental Disorder) nell’arco della vita più dell’11% della popolazione soffrirà di depressione (circa il 15% sono donne e più del 7% sono uomini). 

In Italia ci sono circa 7,5 milioni di persone, di cui solo il 29% ricorre a un trattamento nello stesso anno in cui insorgono i primi segnali. 

Si tratta di un tipo di malattia che può insorgere a tutte le età e in diversi momenti critici della vita (es. durante una gravidanza e dopo il parto, per la perdita del lavoro, per la perdita di una persona cara, ecc.).

Per esempio, si stima che il 19% delle neo-mamme soffrono di stati depressivi che difficilmente sono diagnosticati poiché esiste lo stereotipo sul fatto che quello del parto debba essere vissuto necessariamente come momento felice (Claudio Mencacci e Paola Scaccabarozzi, Viaggio nella depressione. Esplorare per riconoscerla e affrontarla).

Le cose ovviamente non stanno così. Tornerò più avanti parlare di depressione post-partum (se vuoi andare direttamente al paragrafo in cui ne parlo, clicca qui)

Allo stesso modo, sulla diffusione della trasmissione “trans-generazionale” della depressione, dai genitori (madri e padri) sui figli, vari studi ne confermano le implicazioni. 

Di questo aspetto ne parleremo diffusamente dopo (se vuoi andare subito al paragrafo in cui ne parlo, clicca qui)

Una cosa è sufficientemente chiara dal punto di vista epidemiologico: 

A volte se sei depresso_Brown

la depressione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, ha un impatto fortissimo nella vita delle persone

Se si confrontano le misure del DALY – Disability-Adjusted Life Year (un indice usato dall’OMS che valuta gli anni di vita potenzialmente persi a causa della mortalità prematura e gli anni di vita produttiva persi a causa della disabilità), tra i paesi in via di sviluppo e i paesi economicmaente sviluppati esiste una differenza 6 volte maggiore (per cause legate alla depressione!).

Un bilancio piuttosto importante sul quale vale la pena riflettere e soprattutto conoscerne un po’ meglio i sintomi e che cosa comportano. 

Vediamo un po’ meglio da vicino che cosa significa soffrire di depressione.

Come risolvere la depressione

2. Che cosa significa soffrire di depressione? Sintomi fisiologici, comportamentali e cognitivi dei disturbi depressivi.

Non si può nemmeno morire. Sono solo carne e ossa, senza vita. Non sono più un essere umano. Non so, sono un mucchio, sono diventata una cosa senza senso, un nulla, e non posso camminare. Un nulla può camminare? E pensare che quando andavo a scuola, ero la prima della classe

Un po’ di tempo fa la depressione era chiamata esaurimento nervoso (da un articolo del 1869 del neurologo statunitense George Beard, apparso sul The Boston Medical and Surgical Journal). 

Ancor prima, era la melanconia.

La depressione definisce un sentito particolare di un tempo rallentato o quasi cristallizzato.

La tua è la convinzione di un arresto definitivo, una degenerazione totale inesorabileUn senso generale di pesantezza e di disordine accompa le tue sensazioni abituali. 

Tutto è disordine.

Il tuo tentativo di mettere ordine si scontra con un sentimento intimo di morte interiore. 

Più che vivere e sentire l’angoscia e la colpa, ne sei spettatore: assisti inerme alla tua sofferenza

Una sofferenza che arriva pure dal fatto di non riuscire ad avere il controllo sulle cose della tua vita, di aver perso definitivamente qualcosa.  

È il dolore della perdita: del senso della vita, del senso di te, del sentimento, del piacere, della capacità di amare e di essere amata.

Una perdita che senti si è già verificata

Non si tratta di un sentito di timore rispetto alla possibilità di perdere qualcosa: quello che senti è che è già successo: hai già perso qualcosa (Ludwig Binswanger, Melanconia e mania. Studi fenomenologici). 

Ma come si manifesta la depressione? Come faccio a riconoscerla?

La depressione spesso ha un andamento ricorrente: dopo un primo episodio di depressione hai la probabilità del 50% di avere nuovamente un altro episodio, e dopo 2 episodi la probabilità di averne un’altro sale al 90% (Claudio Mencacci e Paola Scaccabarozzi, Viaggio nella depressione. Esplorare per riconoscerla e affrontarla).

Alcuni segnali sono caratteristici. Soprattutto quando sono evidenti per lunghi periodi di tempo (3-6 mesi). 

Sintomi fisiologici, comportamentali, emotivi e cognitivi si possono in qualche modo riconoscere. 

Proviamo a vederne alcuni, spesso ricorrenti.

Sintomi fisiologici:

Se soffri di depressione, ti succede che:

  • mangi meno del solito, oppure mangi molto di più del solito;
  • hai disturbi digestivi e mal di pancia;
  • ti capita di avere mal di schiena;
  • dormi male, il tuo sonno non è ristoratore e hai continui risvegli notturni;
  • ti capita di passare molte ore a letto e ti senti comunque stanco nonostante il riposo;
  • ti senti rallentato e senti i muscoli delle gambe indolenziti;
  • hai spesso mal di testa;
  • ti capita di soffrire di “mal di cuore” (disturbi cardiovascolari);
  • ti accorgi di avere spesso gli occhi secchi


Inoltre, ti capita di “vedere nero“. Che non è soltanto un modo di dire, ma una vera e propria riduzione della percezione del contrasto tra i colori. 

In uno studio pubblicato su Biological Psychiatry nel 2010 dal titolo Seeing Gray When Feeling Blue? Depression Can Be Measured in The Eye of Diseased, sembrerebbe che nei soggetti con depressione si produca una ridotta percezione del contrasto.

Un gruppo di pazienti, sottoposti a stimolazione e registrazione dell’attività della retina a flash luminosi, hanno registrato un’attività cerebrale ridotta e meno intensa. 

La sensibilità al contrasto si è dimostrato essere nettamente inferiore nei soggetti depressi, rispetto ai soggetti normali.

Sintomi comportamentali:

Uno stato depressivo genera alcuni sintomi comportamentali caratteristici:

  • avverti uno stato generale persistente di stanchezza;
  • tendi a evitare o procastinare gli impegni e gli sforzi;
  • fai uso di droghe o alcool in maniera sistematica;
  • il tuo desiderio sessuale è assente e ti senti bloccato nei rapporti intimi;
  • parli in modo lento e con un tono di voce monotono e sottomesso;
  • i tuoi movimenti sono rallentati;
  • ti capita spesso di desiderare e mangiare compulsivamente dolci.

Sintomi emotivi e cognitivi:

Se sei depresso, vuole dire che vivi nella paura.

Paura di non farcela, paura di non riuscire a reagire, la paura di aver perso tutto, la paura di essere soli, la paura che niente potrà cambiare, la paura di aver perso la capacità di provare piacere, la paura di non riuscire più a pensare, la paura di essere rovinato, la paura di morire

Vivi sicuramente l’angoscia della perdita. Di aver perso qualcosa

L’angoscia rivela il niente. Il timore del niente

Intorno a questo stato emotivo di fondo, succede che:

  • ti capita di sentire il mondo intorno a te come totalmente estraneo;
  • ti senti addosso un senso generale di inferiorità;
  • ti senti un fallito;
  • le tue idee e i tuoi pensieri sono rallentati;
  • fai difficoltà a pensare e a riflettere sulle cose;
  • la tua concentrazione è molto difficile;
  • ti senti in colpa, inadeguato e provi spesso vergogna verso gli altri;
  • ti capita spessso di dimenticare le cose;
  • hai difficoltà a prendere decisioni anche se si tratta di cose banali;
  • ti capita spesso di pensare di avere qualche malattia importante;
  • hai perso la speranza;
  • le cose che amavi fare ora non ti danno alcun piacere;
  • hai difficoltà a trovare le parole per descrivere come ti senti (alessitimia);
  • la tua immaginazione è molto ridotta;
  • senti che nessuno ti può aiutare;
  • fai spesso sogni tormentati e terribili;
  • il tuo umore è piuttosto instabile
  • senti un dolore generale, nel corpo e nella mente, che non sai spiegare;
  • avverti una profonda emozione di rabbia;
  • ti senti irrequieto, insoddisfatto, irritabile, aggressivo, spesso in ansia, certe volte euforico.


Spesso sono le variazioni stagionali a farti sentire peggio del solito. Sono condizioni, queste, denominate Winter Blues in cui entra in gioco la variazione della luce solare: che si verifica di norma in autunno-inverno (National Institute of Mental Health). 

Ma io spesso mi sento anche in ansia. È come se contemporaneamente vivessi in me sentimenti di depressione e ansia. Come è possibile? 

Non è inusuale vivere stati emotivi diversi o anche opposti. Proviamo a spendere qualche parola sul rapporto che esiste tra depressione e ansia.

Depressione psicoterapia

Il rapporto tra depressione e ansia:

Un recente lavoro pubblicato su Focus On Brain (2018) ha sottolineato come di fatto esista un legame molto frequente tra depressione e ansia: 

oltre il 50% delle persone che soffrono nella vita di un disturbo depressivo, sviluppano un disturbo d’ansia. 

Esiste una vera e propria sovrapposizione tra i sintomi legati alla depressione (MDD – Disturbo Depressivo Maggiore) e quelli dell’ansia (GAD – Disturbo d’ansia generalizzato) che gli Autori, Alessandro Rossi e Dalila Talevi, hanno raccolto in una immagine significativa: 

  • disturbi del sonno,
  • agitazione psicomotoria,
  • difficoltà di concentrazione,
  • irritabilità,
  • e stanchezza

rappresentano, in breve, tutti quei sintomi che possono essere evidentemente presenti sia nella depressione, sia negli stati di ansia.
 
Questo ci aiuta a capire meglio come di fatto possa essere presente una zona di sovrapposizione tra i diversi stati interni che, se vogliamo, solo apparentemente possono apparire in antitesi tra loro.

Uno dei casi dove si verifica una sovrapposizione tra un sentito depressivo e uno legato agli stati d’ansia è la depressione che in alcuni casi avvisano le madri subito dopo il parto e i primi mesi di vita del bambino. 

Proviamo a definirne un po’ gli aspetti generali e significativi.

La depressione post-partum (peripartum o perinatale):

Per una donna il periodo della gravidanza prima e quello del parto poi, sono momenti della vita carichi di significati e di aspettative.

Come hanno espressamente sottolineato le autrici del lavoro collettaneo a cura di Bianca Gallerano e Francesca Picone, L’universo di Gaia. La scoperta della donna nel corpo della psicologia analitica, la gravidanza è un momento della storia della vita di una donna molto faticoso e molto sensibile, denso di trasformazioni fisiche e biologiche, nonché della profonda riorganizzazione della vita sia mentale e sia relazionale. 

La gravidanza in fondo ha tanti significati per una donna: sicurezza, identità, riconoscimento, pienezza, realizzazione, ecc. che hanno a che fare in parte anche con il valore sociale che viene attribuito all’essere madri.

Permette, per certi versi, un senso generale di gratificazione, di identificazione femminile molto forte che in alcuni casi serve a compesare una fragilità legata alla propria identitià dell’essere donna.

La gravidanza allora, nel suo esprimerere una qualità essenziale della tua esistenza come donna è legata, intrinsecamente, alla qualità della relazione che c’è stata con la tua madre reale.

Se la relazione con tua madre è stata sufficientemente buona avrai la possibilità di identificarti con la fertilità e la dimensione onnipotente del creare una vita.

«Il parto rappresenta un atto violento che interrompe lo stato di coesione narcisistica madre-figlio: questa improvvisa separazione è un trauma per entrambi che fino a questo momento hanno vissuto l’uno dentro l’altro in un rapporto intimo di totale dipendenza. 

Le paure del parto sono una riedizione della paura ancestrale della morte che accompagna la nuova vita» (Loredana Barrale, L’universo di Gaia). 

Come si accennava prima, esiste pure la convinzione socialmente diffusa che il momento del parto debba essere festeggiato come un momento di grande gioia e di generale felicità. 

Questo però, non sempre corrisponde allo stato emotivo delle madri che possono invece vivere uno stato intimo del tutto diverso.

Si tratta di vivere improvvisi cambi dell’umore, crisi di pianto, uno stato generale di facile irritabilità e perdita dell’appetito

Puoi vivere periodi di insonnia o al contrario di grande sonnolenza

Ma l’elemento forse più sensibile è proprio il fatto di non sentire o di perdere l’interesse per il neonato.

Vivi un senso generale di inadeguatezza, di incapacità.

Un forte senso di colpa per non essere una “brava madre”, per non sapere cosa fare. 

Sono questi tutti sentiti che puoi vivere già dalla fine della gravidanza, con un’insorgenza maggiore nei momenti critici tra le 2-3 settiamane dopo il parto che si possono poi protrarre sino a tutto il primo anno di vita del neonato.

In parte legati anche al tipo di esperienza che hai vissuto durante il parto (se naturale o particolarmente sofferto e doloroso, se con taglio cesareo o con parto indotto, ecc.).

I fattori di rischio più significiativi sono: 

  1. se in famiglia ci sono già stati casi di depressione (familiarità); 
  2. la storia personale di una depressione precedente; 
  3. la carenza di supporto della famiglia e di un ambiente favorevole (sostegni sociali).


Nella 
depressione post-partum il rapporto di attaccamento tra madre e bambino, soprattutto nel primo anno di vita — ma non solo — è particolarmente importante, da annoverare tra quelle condizioni dell’esistenza particolarmente critiche. 

Quando una madre si ritrova a vivere uno stato di difficoltà di fronte ai bisogni del proprio figlio piccolo, quando soprattutto per via della propria sofferenza una madre si ritrae di fronte ai segnali di bisogno del bambino, si possono generare nel bambino particolari disagi.

L’interruzioni dei feedback madre-bambino genera un senso di incapacità e di impotenza nel bambino stesso e lo getta in uno stato di disperazione.

In un ormai classico esperimento del prof. Edward Tronick, direttore dell’Infant-Parent Mental Health Program della University of Massachusetts di Boston, è stato osservato come di fronte al viso inespressivo e depresso della madre, (Still-Face) un bambino di pochi mesi reagisce con un profondo stato di disperazione

Nel breve video che segue si può osservare proprio questo processo molto toccante.

Quando vengono a mancare le risposte espressive relazionali nel volto della propria madre, il bambino tenta in tutti i modi di farla reagire, sino a quando non entra in uno stato generale di disperazione (minuto 1:55)

Da questo breve esperimento possiamo cogliere anche solo parzialmente che cosa accade quando un bambino piccolo (ma non solo!) si trova a dipendere inevitabilmente dalla relazione con un adulto che vive uno stato di depressione.

Il bambino in un caso del genere, può perdere il cosiddetto senso di agency, ossia la capacità di essere un agente attivo rispetto all’ambiente e essere in grado di reagire, per esempio, di fronte a una situazione difficile.

Quello che accade è che tenderà letteralmene a congelarsi (reazione di freezed). 

La reiterazione per lunghi periodi di tempo di questa condizione genera specificamente le medesime conseguenze di un trauma

Un trauma inteso come un evento particolare, unico, o ripetuto in una serie di eventi continuativi nel tempo, modifica radicalmente la vita psichica.

Il cervello di un adulto che da bambino è stato gravemente maltrattato è un cervello "spento", che nel momento in cui viene messo a confronto con le emozioni dell'attaccamento, per lui penose, discordanti e spesso profondamente angoscianti, si difende aumentando la sua condizione di "freezed", congelata, immobile, inerte.

Un tema estremamente significativo e critico rispetto agli stati depressivi ha a che fare con lo stretto legame che spesso esiste tra depressione e suicidio. 

Proviamo a spendere qualche parola su questo particolare argomento.

Quali sono i fattori che espongono di più al rischio di suicidio?

Una cosa credo sia importante da sottolineare:

Non esiste uno stretto legame tra la gravità della depressione e la probabilità di togliersi la vita! 

Come l’alcolismo che viene oggi considerato un problema che insorge simultanemante alla depressione, la suicidalità è indipendente dalle forme della depressione. 

Il suicidio non rappresenta il culmine di un'esistenza irta di difficoltà, ma ha origine in un'area remota, al di là della mente e della coscienza.
Non è il prodotto di un atteggiamento passivo: è il risultato di un'azione concreta e implica una buona carica di energia, una forte volontà, la convinzione che il brutto momento che si vive non passerà mai, e almeno un pizzico di impulsività.

Secondo le stime diffuse dall’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità muoiono suicide circa 800.000 di persone ogni anno.

Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani di 15-29 anni nel 2016.

Il 79% dei suicidi globali si verifica nei paesi a basso e medio reddito.

Negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% in tutto il mondo. 

Oggi, il suicidio è considerata una delle tre principali cause di morte fra le persone di età compresa tra i 15 e i 44 anni, di entrambi i sessi, indipendentemente dal reddito.

Lo si citava prima:

ogni 3 secondi qualcuno tenta il suicidio;


ogni 40 secondi qualcuno muore suicida.
 

Nel 2017 l’ISTAT – Istituto nazionale di statistica, in occasione della giornata mondiale per la prevenzione dei suicidi, ha raccolto tutta un serie di dati utili sul fenomeno, sintetizzati in questa infografica:

Rispetto all’andamento globale di crescita, l’Italia si colloca al di sotto della media europea, registrando una diminuzione del numero dei suicidi dal 1995 al 2015 pari a -14%

Sono soprattutto uomini che vivono nel nord-est dell’Italia.

Esiste anche una correlazione importante dei suicidi rispetto alla stagionalità: il periodo compreso tra maggio e luglio è il più critico dell’anno.

Alcuni fattori che espongono ad un rischio maggiore di suicidio sono:

  • il fatto di essere un maschio (sono di più le donne a soffrire di stati depressivi nella vita, ma i maschi sono più esposti al rischio di suicidio soprattutto perché scelgono abitualmente metodi che hanno più probabilitàdi essere fatali);
  • l’ereditarietà familiare;
  • l’uso di alcolici;
  • problemi economici;
  • la disponibilità di armi;
  • disponibilità di farmaci e sostanze;
  • l’isolamento sociale;
  • l’impulsività caratteriale;
  • l’aggressività;
  • una buona dose di sensibilità;
  • la sensazione di essere solo;
  • una famiglia di origine molto autoritaria o priva di sostegno emotivo;
  • il fatto di aver vissuto eventi fortemente traumatici;
  • problemi sul lavoro o a scuola.

Una domanda a questo punto nasce spontanemante: 

Ma da dove viene la depressione? Come nasce?


Proviamo in qualche modo a rispondere. 

3. Da dove vengono i disturbi depressivi?

Le cause che entrano in gioco quando si parla di depressione sono, come è facile intuire, diverse e sicuramente complesse. 

Per raccoglierne alcune, possiamo sicuramente dire che esistono fattori che sicuramente sono coinvolti. 

Alcuni di questi fattori possono essere i seguenti:

  1. fattori genetici e trans-generazionali;
  2. fattori ambientali
  3. fattori caratteriali;
  4. condizioni e situazioni stressanti.


Per avere un quadro generale sulla genesi degli stati depressivi mi sembra utile riportare alcune note su questi fattori. Vediamoli brevemente più da vicino.

1. Fattori genetici e trasmissione trans-generazionale della depressione:

Dagli studi riportati da Alberto Siracusano, nel suo Risalire in superficie. Conoscere e affrontare la depressione la depressione è una malattia che nel 40% dei casi prevede una certa ereditarietà.

In un recente studio che ha visto coinvolti oltre 240 ricercatori, pubblicato su Nature Genetics (aprile 2018) e condotto su oltre 500.000 persone, è stato possibile individuare 44 geni e 153 varianti genomiche coinvolte nella trasmissione della depressione. 

In questo importantissimo studio — per quanto di nostro interesse — è stato evidenziato che ognuno di noi ha la possibilità di essere portatore di mutazioni genetica legata che predispongono alla depressione. 

Secondo Naomi R. Wray, Stephan Ripke (e altri) — Autori della ricerca —esisterebbero dunque, variazioni diverse del DNA che, in certe condizioni possono giocare un ruolo importantissimo rispetto all’insorgenza di uno stato depressivo. 

Queste condizioni riguarderebbero, per esempio:

  • condizioni psicosociali stressanti (life events);
  • l’esposizione cronica alla paura;
  • l’abuso di sostanze;
  • esperienze e scelte di vita che espongono a condizoni particolarmente stressanti.


Questo è un dato che porta in considerazione gli aspetti genetici della trasmissione. 

La trasmissione generazionale della depressione come la trasmissione di qualsiasi stato psicologico ha a che fare inoltre, con una diffusione familiare e culturale che attraverso degli stili condivisi di comportamento possono essere trasmessi da una generazione all’altra. 

Si tratta allora, di condividere per esempio all’interno del proprio nucleo familiare, tipiche modalità di risposta a determinati eventi della vita o a specifici vissuti emotivi. 

Gli stati depressivi allora, possono essere trasmessi tra le generazioni come modelli di atteggiamenti o comportamenti tipici che saranno utilizzati e attivati automaticamente in risposta a particolari momenti della vita.

Questo lo ha recentemente sottolineato Christopher Bollas, psicoanalista della British Psychoanalytical Society, nel suo libro L’età dello smarrimento. Senso e malinconia ricostruendo e analizzando in termini psicologici le azioni che hanno caratterizzato, e che tutt’ora caratterizzano, la storia contemporanea dell’uomo.

Gli stati psicologici possono diventare assiomi sociali e passare da una generazione all'altra senza essere accompagnati dalla trasmissione della loro origine storica o degli stati affettivi originari da cui sono emersi.

L’età dello smarrimento che oggi viviamo — ci dice Bollas — ha a che fare con la ricerca di una esistenza quotidiana più sicura che ha spinto l’uomo ad abbandonare la proria mente e la propria soggettività.

Questo disinteresse per la propria vita interiore, questo profondo amore per i fatti, comporta per l’uomo contemporaneo la rinuncia a tutto quanto possa essere interessante e significativo per il proprio Sé. 

Tutto questo, traducendosi in un modo di vivere globale e condiviso, spalanca le porte alla diffusione della perdita di significato dei propri vissuti interiori e con esso, alla possibilità di sviluppare la propria personalità individuale distinta dalla massa.  

 

2. Fattori ambientali:

Miguel Benasayag e Gérard Schmit hanno chiamato quella contemporanea L’epoca delle passioni tristi

Per gli autori la nostra è un’epoca in cui l’idea di un uomo in grado di poter dominare la natura e di liberare il campo da qualsiasi incertezza è stata lentamente delusa.

Delusa dalla storia, dalla incapacità dell’uomo di scongiurare i momenti di disperazione che sconvolgono il nostro destino, la scienza, e con essa il dominio assegnato alla ragione, non ha saputo offrire risposte convincenti.

L’interrogativo più forte di oggi sembra essere quello tra il senso e l’assenza di senso dell’esistenza umana

In un’epoca in cui tutto sembra possibile allora, più niente è reale. 

Ciò che sembra svanire, insieme all’idea di limite rispetto alle cose, è proprio il fatto che tutte le cose, in quanto tutte possibili da realizzare, diventano uguali e soprattutto irreali. 

Scegliere una cosa oppure un’altra non fa differenza. Perché si può avere tutto. 

Questa convinzione — del tutto erronea — pesa drasticamente come responsabilità e ricerca di senso sulle nostre vite. 

Tutto diventa estremamente faticoso e pesantemente difficile. 

Spesso è questa la tua sensazione: dover sopportare un peso esistenziale senza paragoni poiché ciò che ti viene richiesta è una scelta a “dover essere” quello che vuoi che suona come una terribile condanna! 

Si innesca pure un sentito generale di non avere più il tempo e non avere più spazio: è come se tu fossi braccata in un blocco esistenziale.

Il sociologo francese Alain Ehrenberg nel suo libro La fatica di essere se stessi. Depressione e società, avanza l’ipotesi secondo cui la depressione sia una malattia della responsabilità

Una malattia — ci dice Ehrenberg — in cui predomina il sentimento dell’insufficienza: il depresso non si sente all’altezza, è stanco di dover diventare se stesso.

L’Autore sottolinea come l’aver introdotto con la modernità l’idea dominante per cui ogni uomo deve emanciparsi seguendo il proprio senso di responsabilità, verso la vita, verso gli altri, verso se stessi, ha provocato una pressione nuova sull’intimità di ciascuno di noi.

Il senso della possibilità, della libera iniziativa, della resposabilità individuale hanno sostituito gli ordini precedenti che si basavano sulla colpa e sulla disciplina.

Si è passati dalla colpa alla responsabilità

Come pure al capire che se niente è davvero proibito, niente è davvero possibile.

L’elemento essenziale proposto da Ehrenberg è che proprio questa di dover diventare sé stessi e di emanciparsi sia l’origine della depressione.

Una visione che restituisce legittimità alla debolezza dell’uomo.

Diventare adulti equivale allora all'angoscia di diventare se stessi, strettamente connessa con la libertà del soggetto.
Dietro la fatica di essere se stessi si dissimula l'angoscia di essere se stessi.

3. Fattori caratteriali:

Alcuni fattori legati al proprio temperamento o alla particolare struttura della propria personalità possono intevenire nella definizione dei disturbi depressivi.

Ognuno di noi ha una sua struttura di personalità e una propria modalità caratteriale di rispondere tipicamente agli eventi della vita. 

In parte questi aspetti hanno a che fare con il modo in cui siamo nati e in parti con la nostra storia, con le particolari esperienze che l’hanno contraddistinta. 

Mescolati insieme questi aspetti definiscono la struttura della tua personalità nonché il modo tipico del tuo umore di modificarsi di fronte a particolari variazioni delle relazioni o della vita in generale. 

È possibile che la tipicità di rispondere con degli stati depressivi a particolari esperienze della vita appartenga pure alla specifica struttura della tua personalità, a come sei e hai appreso a reagire nel corso della tua storia di vita. 

La modalità di reazione agli eventi inevitabilmente tira in ballo: 

  • l’insieme delle tue credenze che hai su come tu debba affrontare le cose e  gli eventi della vita che in parte hai ereditato culturalmente come schemi comportamentali condivisi;
  • l’insieme dei tuoi valori e delle emozioni a cui aderisci e soprattuto qual è la scala di priorità che assegni ad ognuno di essi (per esempio, valori positivi: amore, successo, libertà, intimità, sicurezza, avventura potere, passione, comodità, salute; o valori negativi: rifiuto, rabbia, frustrazione, solitudine, depressione, insuccesso, umiliazione, senso di colpa);
  • l’immagine che hai di te stessa.

Questi sono tutti aspetti che se considerati possono dare significato al tuo stato interno soprattutto quando il tuo dolore ha a che fare con un conflitto che agisce dentro di te a causa di valori profondi che interferiscono tra loro senza averne perfettamente chiara la natura.  

4. Condizioni e situazioni stressanti:

Quelli che genericamente definiamo condizioni e situzioni stressanti hanno a che fafe con particolari momenti della vita cui siamo sottoposti ad uno stato di tensione emotiva continuativa per via di determianti eventi che si presentano davanti a noi.

Si può trattare di un lutto per la morte di una persona cara, della perdita del lavoro, della fine di un’amore o di una separazione, un parto, ecc.

Tutte esperienze di vita in cui ci ritroviamo nella condizione di dover affrontare una forte pressione emotiva, e non riusciamo a capire esattamente che cosa ci accade interiormente.

Quello che si produce, lentamente col tempo, è che passo passo si perde la vitalità.

Il contrario della depressione non è la felicità, ma la vitalità! 

— dice egregiamente Andrew Solomon in uno speech ai TED Talks dal titolo Depressione il segreto che condividiamo.

«La depressione è il punto debole dell’amore — dice Solomon —

L’amore non può esistere senza lo spettro della perdita, e lo spettro della disperazione può essere il motore dell’intimità.»

Non sempre si è in grado di cogliere questo rischio e non sempre si agisce in funzione esso.

Ogni evento critico della vita che ci accade ha bisogno di una riflessione.

Ha bisogno di un tempo di cura in cui ci sforziamo di coglierne gli effetti emotivi sulla nostra vita intima e sulle nostre scelte.

Credere che eventi importanti che ti accadono nella vita non siano nulla di che è il modo migliore per ignorare l’enorme portata emotiva che accompagna quegli eventi.

Trascurare questo aspetto significa sottovalutare l’effetto e l’azione che sistematicamente un dolore importante non riconosciuto, non considerato e non elaborato può generare.

Riconoscere e sostenere per tutto il tempo necessario un particolare stato d’animo, magari frustrante o doloroso, sicuramente aiuta a tenere al centro del proprio orizzonte intimo il proprio universo emotivo interno.

Significa dotarlo di senso e fonte di ispirazione per compiere delle scelte di vita più adatte al tuo benessere. 

Ma allora, di fronte a un dolore così intenso è possibile uscire da una depressione? Come si supera la depressione?

Proviamo a vedere un po’ meglio da vicino che cosa significa affrontare la depressione e capire un po’ di più come è possibile prendersi cura della depressione.

4. Come curare la depressione.

Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte.
La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.

Spesso quando ti ritrovi a viveve un momento difficile della tua vita la tentazione elementare è quella di resistere, di lottare, di ingaggiare uno scontro razionale con il tuo dolore, per cercare in tutti modi di capire come annientare quel dolore, come espellerlo dal tuo corpo.

Molti intorno a te provano a darti coraggio: 

Devi reagire — ti dicono — devi farti forza, nella vita ci vuole coraggio! Vedrai che col tempo passerà. Il tempo guarisce tutti i mali. 

Ma questo, inevitabilmente, non porta a granché. 

Non perché sia inutile, ma perché rappresenta un tentativo di intervento che agisce ad un livello che cerca di violare un luogo della tua intimità che pulsa di dolore. 

Non c’è nulla da combattere, nulla da attaccare, nulla contro cui intervenire direttamente con facili consigli. Non serve a nulla.

In uno stato depressivo, impregnata come sei nel corpo del dolore, si produrrà inevitabilmente intorno a te come una specie di bolla sensibile. 

Un involucro protettivo necessario per proteggerti da ulteriori dolori del mondo e per non essere urtata dal mondo intorno a te. 

Questo stato di leggero distacco dal mondo ti permette di sopravvivere. Ti permette di restare in vita quando tutto intorno a te diventa insopportabile. 

È troppo intenso il tuo dolore intimo che sei estremamente sensibile e reattiva a tutti quelli che si avvicina al te.

Ecco perché il mondo intorno a te perde di valore

È perché il tuo dolore è talmente intenso e indicibile che tutto il tuo mondo è saturo di dolore.

Non puoi sentire altro

Si tratta di un ritiro protettivo perché il dolore è troppo intenso e si prende tutto lo spazio vitale. 

Per questo reagisci spesso con rabbia alle intenzioni di relazione o di aiuto che gli altri hanno verso di te! 

In questa condizione allora, ogni tentativo diretto di ribellione, ogni tentativo intenzionale di rivalsa
contro il dolore, lo sforzo di combattere o di evitare in qualche modo il dolore è destinato a fallire.

Nella storia di Bellerofonte che subisce inspiegabilmente la collera degli dèi c'è la pena, la solitudine, il rifiuto di ogni contatto umano. Disertato dagli dèi, coraggio e risorse gli vengono meno. Una collera misteriosa lo tiene discosto dalle vie frequentate dagli uomini, lo spinge al di fuori di ogni meta, di ogni senso.
Lontano dagli dèi Bellerofonte erra nel vuoto, in un deserto senza fine.

In un passaggio di una seduta con una mia paziente, Maria, mi confessa tutta la sua delusione nei confronti della vita. 

Una delusione inspiegabile, lenta, che ha contagiato la sua vita intorno a sé a poco a poco, senza accorgersi. Fino a quando ad un certo punto, a forza di sopportare le cose della vita, si è ritrovata isolata nel suo dolore.*

 

(* A tutela della privacy è stato modificato o omesso ogni dettaglio che possa rivelare l'identità della paziente).

Non so dottore — un po’ delusa e rassegnata mi confessa Maria

Forse mi sono lasciata andare col tempo. Non sono stata in grado di fare progetti per la mia vita soddisfacenti.

Non so. Quando ero all’università pensavo che ogni cosa che facevo era perfetta. Ogni cosa che pensavo di me, delle mie relazioni, del mio lavoro, del mio modo di vivere erano perfetti.

Se qualcosa non andava per il verso giusto o se il mio ragazzo mi mollava io cadevo dalle nuvole. Era inconcepibile. Rimanevo amareggiata, stupita da quello che accadeva.

Per me era impensabile che la persona che amavo e che diceva di amarmi potesse dirmi che in fondo non era mai stato innamorato di me.

È stato così anche con il lavoro.

Facevo quello che facevano gli altri. Mi limitavo a eseguire le indicazioni del mio capo. All’inizio avevo entusiasmo per i miei progetti, per tutto quello di cui mi occupavo.

Poi col tempo tutto è diventato più indefinito.

Le cose piano piano mi hanno deluso. Gli altri mi hanno ferita dentro un po’ alla volta.

Le ho lasciate correre senza reagire. Chiusa in me stessa, non pensavo che avessero granché importanza per me. Credevo di essere forte, che nulla mi avrebbe mai ferito profondamente.

Invece, col passare del tempo qualcosa è successo. Ad un certo punto le cose della mia vita hanno smesso di funzionare.

Non sono riuscita più a trovare la forza di fare andare avanti le cose.

La mia relazione con Andrea è ferma da dieci anni. Non va da nessuna parte. Ci vediamo solo nei fine settimana quando lui può.

Vivo da sola e le mie giornate sono tutte uguali.

Che cosa mi è successo? Come è potuto accadere? —

Maria mi guarda con gli occhi gonfi, confusa, cercando un po’ di cogliere nei miei occhi una possibile risposta, consapevole allo stesso tempo che una risposta non esiste.

La guardo in silenzio, cercando di sostenere con lei tutto il suo dolore e con esso la paura di non poter più tornare a vivere.

La depressione va considerata come un fenomeno inconscio di compensazione, il cui contenuto, per raggiungere la sua piena efficacia, dovrebbe essere reso cosciente.

Ci si può prendere cura della propria depressione soltando avvicinadosi allangoscia del ricordo.

Non è forse un caso che spesso uno stato depressivo si manifesta a ridosso di particolari momenti di passaggio e per questo critici della vita.

Come se, in qualche modo, affrontare particolari decisioni importanti della tua vita ti costringesse a fare i conti con quanto è stato lasciato indietro di irrisolto nel tuo passato.

Questo significa, in altre parole, che in certe situazioni, per fare delle scelte, per affrontare qualcosa di nuovo e di importante, si ha bisogno di ricorrere a delle risorse emotive interne accumulate nel corso del tempo. 

Il tentativo che si compie è quello di ricercare attraverso le memorie tutte le risorse emotive utili per affrontare qualcosa di nuovo che non sappiamo dove ci porterà.

In questo processo di recupero delle memorie, sembra possibile che determinati contenuti antichi, mai resi consapevoli, si riattivino per trovare una loro espressione e comprensione.

Proprio quando abbiamo bisogno di sentirci solidi in grado di affrontare un nuovo inizio alcune parti di noi sembrano farci vacillare e trattenere nel terrore

In questo senso allora, lo stato depressivo può corrispondere a un tentativo di riconoscere e risolvere qualche vissuto emotivo che, verificatasi nel passato, vive “sotto la tua pelle” nel momento presente, innescando il tuo malessere attuale.

Il dolore è di oggi, è attuale, agisce nella tua vita di oggi!  

Ma cosa si affronta allora, un dolore così intenso?

Il dolore e la sofferenza si affrontano attraverso il patimento.

Un patire che significa rendere le emozioni della tua sofferenza propriamente umane. 

Patire significa poter esprimere le emozioni del dolore all’interno della relazione terapeutica, in presenza di un altro essere umano disposto a patire insieme a te quel dolore. 

In quel modo sarà possibile, per tutto il tempo necessario, sostare in mezzo a quel dolore sentendo pure che da quel dolore non si viene distrutti e l’altro non muore.

Un dolore che a quel punto viene condiviso, viene patito insieme

Poiché preso in sé da vicino, qualunque dolore è indicibile

Non è possibile per un’altra persona comprendere realmente e fino in fondo la natura del tuo dolore.

Quello che può fare l’altra persona — un terapeuta —, è rimanere presente, sensibilmente vivo di fronte a te e al tuo dolore. 

Raccontare le tue eperienze emotive, verbalizzare i tuoi ricordi spiacevoli, condividere determinate sensazioni dolorose che vivi nel momento presente in presenza di un altra persona disposta all’ascolto sensibile, ti aiuta a creare un campo di significato e una cornice di senso intorno alla tua sofferenza.

E, soprattutto, ti aiuta dare in questo modo sostanza e peso al tuo dolore e, di fatto, a tutto quanto esiste e vive dietro a quel dolore: le memorie, i ricordi, i vissuti, gli incubi, le angoscie, i terrori, le speranze.

In questo modo sarà possibile dare voce e ascolto a tutte quelle parti della tua personalità che, attraverso il dolore che vivi oggi, cercano di esprimersi e di correggere lo sviluppo della tua personalità. 

Ma allora è possibile dare un senso o un significato al mio malessere e alla mia depressione? 

Proviamo a rispondere a questa domanda. 

Come affrontare la depressione

5. Senso e significato possibile degli stati depressivi: l'equilibrio della vita con la morte

Per la completezza della vita ci vuole un equilibrio con la morte. Proverai la gioia delle piccole cose solo se avrai accettato la morte. Se invece ti guardi intorno avidamente in cerca di tutto ciò che potresti ancora vivere, allora nulla sarà mai grande abbastanza per il tuo piacere, le piccole cose che costantemente ti circondano non ti daranno più gioia. Contemplo perciò la morte, perché essa mi insegna a vivere.

La depressione ti spinge indietro nel passato

È un movimento di introversione involontaria che muove verso la possibilità di fare i conti con un passato che agisce sul presente.

Ma che cosa significa davvero, fare i conti con il passato?

Il tuo vissuto emotivo e l’universo intimo che accompagna ti costringe a rimanere costantemente impegnata con ricordi accaduti nel passato che in quanto attivi in questo momento, agiscono e turbano il tuo quotidiano.

Questo rimanere impegnata costantemente con eventi del passato, questo stato di sopportazione e fissazione, inevitabilmente ha a che fare con il tipo di  contenuti che tali ricordi portano con sé. 

Ha a che fare, quindi, con gli stati emotivi che quei ricordi accompagnano.

Può essere una persona cara che non c’è più, un amore perduto, un evento doloroso, una colpa che non passa. 

Quello che accade è che, anche senza consapevolezza, hai bisogno di trattenere quotidianamente tali emozioni, poiché sei chiamata a tenere in vita, con il tuo sentito e il tuo pensiero, qualcosa di significativo verso cui non ti puoi allontanare. 

Perché non riesco a lasciandar andare certi ricordi? Perché soffro ancora oggi di cose accadute anni fa?

Lasciar andare è forse una delle cose più difficili da fare nella vita.

Il ricordo, o meglio il dolore legato a quel ricordo, rimane vivo a distanza di tempo dall’evento che lo ha provocato proprio perché intimamente avvertiamo la necessità di conservare un legame particolare con l’oggetto di quel dolore che altrimenti rischierebbe di essere dimenticato. 

Questa è una di quelle cose che non puoi permetterti che avvenga poiché l’angoscia di fondo è correre il rischio che tutto ciò a cui il tuo ricordo è legato svanisca definitivamente

Quello che spesso accade durante uno stato depressivo è lo scollamento tra pensiero ed emozioni

Hai sensazioni corporee che non sai localizzare o affrontare consapevolmente in alcun modo.

E questo è forse un punto importante:

lo scollamento tra ciò che senti e ciò che pensi, tra il tuo corpo e la tua mente, a favore di una mente iper-riflessiva non ti permette di cogliere il sentito del tuo corpo. 

Le sanzioni del tuo corpo non possono essere ascoltate e decifrate poiché hanno a che fare con il dolore, con l’incapacità di sostenere l’intensità del dolore che ti abita e ti circonda.

È un fisiologico non voler sentire, più che legittimo, più che naturale. 

Il punto fondamentale però riguarda l’effetto che questo processo di scollamento produce sulla tua vita quotidiana. 

Il dolore, così intenso, così diffuso nel tuo corpo, produce una condizione stabile, un’abituale modalità di risposta alle cose della vita, che costruisce in maniera generale un atteggiamento tipico e ricorrente. 

Tutto assume l’aspetto della depressione. 

In questo scenario sostare e patire nella terapia con il tuo dolore significa agire contro natura: invece di allontanarsi dal dolore per non sentirlo, ci si pone difronte ad esso, senza combatterlo. 

Questo genere di movimento rinvia alla possibilità di familiarizzare con il proprio dolore, stare in contatto con il proprio dolore.

Richiede tempo. Richiede cautela.

Tutto questo perché il tuo dolore, la tua sofferenza, genera un campo intorno a te di desolazione e di morte. 

Questo diventa lo scenario: l’ombra, il grigione, il “funerale nel cervello”, la morte tutt’intorno.

Di fronte a questa condizione viene meno uno degli elementi fondamentali che ci spingono ad andare avanti nella vita: le domande

Ciò che ci spinge ad andare avanti, a destinare una parte del nostro impegno e degli sforzi quotidiani, sono proprio le nostre domande, il nostro interrogarci sulle cose della vita e su di noi, su ciò che vorremmo per la nostra vita.

Questo aspetto è fondamentale. 

È l’elemento imprescindibile che ci pone in maniera attiva verso il mondo. 

Interrogarsi non soltanto su quali sono i progetti e gli obiettivi che vuoi raggiungere in concreto, ma soprattutto che cosa vuoi essere, che cosa vuoi farne di questa vita.

Può sembrare curioso ma spesso dimentichiamo che tra tutte le possibilità, le vere scelte di cosa vogliamo essere si riducono molto.

Le domande essenziali allora, sono: 

Che cosa vuoi essere? Che cosa vuoi farne di questa vita?

Questo modo di affrontare le cose, ti porta necessariamente a considerare accanto a te il fatto che la vita ha un limite, è destinata un giorno a finire. 

In poche parole: sei costretto a fare i conti con la morte

A trovare in quache modo un atteggiamento filosofico nei cofronti della finitezza della vita e di rimando a dotare di un significato più ampio e profondo la tua vita quotidiana.

Per quanto possa essere un tema “pesante” da affrontare, rimane l’unico tema che  quando si tratta soprattutto di depressione  sei spinto a considerare. 

Soprattutto se riesci a cogliere e ha sperimentare la natura e l’invito a trasformare in maniera radicale la tua vita.

Per la testimonianza che la psiche dà di sé, l'effetto della morte consiste nel portare a compimento, in un momento critico, una trasformazione radicale. Una crisi radicale è un'esperienza della morte.

La cosa più importante da ricordare durante un episodio depressivo — dice Andrew Solomon — è questa:

non si recupera il tempo perduto

Nessuno, al termine della vita, potrà compensare gli anni del dolore. 

Qualsiasi sia il tempo che la depressione ci ha rubato, è perduto per sempre, i minuti che passano durante l’esperienza della malattia sono minuti che non si conosceranno mai più

Non importa quanto si stia male, bisogna sforzarsi di continuare a vivere, anche se tutto ciò che si è in grado di fare è respirare

Bisogna far tesoro del tempo, non desiderare che tutto finisca.

Per certi versi, spinta alle corde dal dolore di uno stato depressivo, costretta inevitabilmente a fare i conti con il tuo limite, con i tuoi dolori, con la morte intorno a te, con la vita che non ha vita, tutto assume una visione diversa.

È l’esperienza della morte. Il fare letteralmente esperienza della vicinanza con la finitezza delle cose e della propria vita.

Considerare non soltanto razionalmente, ma anche emotivamente che le cose hanno un limite, che la vita ha un limite naturale, significa assumere un modo nuovo di porsi di fronte a tutte le cose. 

Un modo di osservare e di leggere le cose del mondo, tutti i suoi accadimenti, tutte le sue espressioni, per quello che sono e per la loro transitorietà.

In altre parole, fare i conti con la morte, trovare un equilibrio della vita con la morte delle cose, significa pienamente considerare la natura transitoria delle cose, delle emozioni, delle esperienze, dei pensieri, delle relazioni, degli amori. 

Questo non significa che nulla di tutto questo allora, non ha alcun valore. 

Attrverso l’esperienza della depressione, tutto questo acquista un significato particolare poiché definisce una finitezza a tutte le cose. 

Le cose per vivere passano

Ed è proprio da questa condizione di transitorietà, da questo desiderio di lasciar andare le cose del mondo alla loro fine, che si scopre la natura essenziale di come siamo fatti.

Questo ovviamente non significa allora, non soffrire più. Non significa essere immuni da tutte le cose.

Anzi, paradossalmente, sembra essere vero il contrario: in questo modo ci rendiamo maggiormente sensibili ma allo stesso tempo non ancorati a tutte le cose.

Un’emozione di dolore si registra con tutta la sua drammaticità per tutto il tempo che serve … poi, allo stesso modo, con tutta la naturalità possibile si scioglie e ci abbandona perché questa è la sua natura. 

Sei tu che stai trattenendo!

Trattieni emozioni dolorose, trattieni memorie di gioia di un tempo andato, trattieni la visione terrificante del futuro, amori finiti, amicizie sbiadite, relazioni familiari tossiche.

Tratteniamo tutto. 

In parte, credo perché abbiamo timore di perdere noi stessi. L’identità che ci siamo creati anche grazie a quelle esperienze. 

L’immagine di noi stessi deve costantemente aderire ad un modello che ci siamo creati da soli, che deve essere conservato a tutti i costi. 

Anche a costo di spendere anni interi in drammatiche sofferenze e profondi disagi di inautenticità.

Il confronto con il proprio limite, apre ad un confronto più ampio con la definizione di un sano limite da assegnare agli eventi poiché questa è la loro natura.

Questo confronto allarga il tuo atteggiamento, la tua visione nei confronti della vita. Pone il tuo sguardo sulla natura delle cose per quelle che sono e per la durata che hanno.

Nella seconda metà dell'esistenza rimane vivo soltanto chi, con la vita, vuole morire. Perché ciò che accade nell'ora segreta del mezzogiorno della vita è l'inversione della parabola, è la nascita della morte.

Per certi versi, spinta alle corde dal dolore di uno stato depressivo, costretta inevitabilmente a fare i conti con il tuo limite, con i tuoi dolori, con la morte intorno a te, con la vita che non ha vita, tutto assume una visione diversa.  

Per certi versi, attraverso la depressione ci si libera dell’angoscia suscitata dai momenti di crisi.

Attraversato il dolore della depressione si acquisisce una visione più precisa di se stessi, del mondo e del futuro. 

Le cose diventano più reali. Le illusioni tendono a svanire maggiormente. 

Le cose intorno, gli accadimenti della vita si mostrano per quello che sono. 

Non si ha più bisogno di illudersi, non ci si inganna più! 

Questo è il mio lavoro, questo è il mio impegno!

Un saluto, a presto.

Michele

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Michele Accettella

Sono psicoterapeuta abilitato all’esercizio permanente dall’Ordine degli Psicologi del Lazio.
In 13 anni ho accumulato oltre 10.640 ore di lavoro in ambito clinico, come psicologo e come psicoterapeuta. 
Per diventare analista junghiano, per oltre 5 anni, sono stato anch’io in terapia, poiché per conoscere l’altro è necessaria una conoscenza approfondita di sé.

L’attenzione al lavoro clinico, ancora oggi, viene periodicamente rinnovata negli incontri riservati di supervisione che svolgo presso il “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica“: un’associazione che da oltre 50 anni cura la formazione degli psicoterapeuti junghiani in Italia, di cui sono “Membro del Comitato Direttivo Nazionale”. Psicologo analista abilitato alla docenza, alle analisi di formazione e alle supervisioni presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia del CIPA riconosciuta dal MIUR.

Eventi cui ho partecipato come relatore, moderatore o discussant:

  • Seminario Residenziale CIPA, 25-27 ottobre 2019, Terme di Stigliano
  • Journal Club CIPA, 2 ottobre 2019 riflessioni volume rivista Atque, Roma
  • Tavola rotonda “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 17 ottobre 2018, Roma
  • Seminario “CIPA – Centro Italiano di Psicologia Analitica”, 1 marzo 2017, Roma
  • Presentazione “Centro AMI”, 28 gennaio 2017, Alatri (RM)
  • XVII Convegno Nazionale CIPA, 2-4 dicembre 2016, Roma

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“Aiuto adolescenti e adulti a
comprendere il significato del loro dolore
per migliorare la qualità delle loro vite
attraverso la crescita della personalità” 

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